Dark Souls – Ripassare i santi
Seguito spirituale (è la dodicesima volta che faccio questa battuta e fa sempre ridere) del noto Demon’s Soul, Dark Souls non brilla d’originalità, né per quanto riguarda il titolo, né per quanto riguarda il sistema di gioco stesso. È uno di quei giochi ultradifficili sui quali si creano leggende a proposito di persone che hanno ucciso taluno boss crepando solo dieci volte, o talaltro nemico senza ingurgitare nemmeno una pozione di cura. Uno di quei giochi che possono giocare solo pochi eletti, (anche se in realtà bastano sessantanoveeuro e novantotto per entrare nella cerchia leggendaria n.b.) e quando sei perso dentro i tunnel stretti e oscuri del mondo di Dark Souls ti ci senti un po’, un eletto. Anche se continuano a reskillarti nello stesso punto. Anche se sei bloccato da tre giorni e non riesci proprio a capire come proseguire. Anche se hai impudentemente seguito il tuo istinto incastrandoti in un incubo di dungeon senza fine. Ti senti un eletto, sì, perché sai che quando (e se) riuscirai a uscire di lì la soddisfazione sarà estasiante. Almeno fino al prossimo dungeon.
C’è una domanda che ricorre frequente quando si parla di questo gioco: ok, ma se è così difficile, perché comprarlo? Siamo diventati giocatori masochisti che vogliono espiare le proprie pene di aver giocato troppo Call of Duty, morendo centinaia di volte nello stesso punto? No. Dark Souls è un titolo come ce ne sono pochi, a partire dal genere di gioco, particolare, un action rpg che spesso si permette di usare la struttura di un trial and error (and error, and error, and error etc…), punendo con bacchettate sulle gengive il giocatore troppo incauto, troppo di fretta e, sopratutto (è una categoria che il gioco proprio non sopporta), i giocatori troppo sicuri di sé. È l’antitesi dell’auto-livellamento che va tanto di moda nei giochi di ruolo occidentali: qui i nemici non sono al tuo livello, non lo saranno praticamente mai quando passerai in una zona nuova. Questo significa due cose. Primo: se in un Oblivion qualsiasi potevamo fare affidamento sull’equipaggiamento, snobbando la tattica d’approccio al nemico, qui pur essendo equipaggiati con l’arma e l’armatura più forti del gioco un errore tattico potrebbe costarci la vita. La cosa meravigliosamente meravigliosa è che il meccanismo funziona, che ogni battaglia è uno scontro vivo, reale, in qualche modo pauroso, e c’è sempre da mettere in conto che sbagliare i tempi di reazione significa cadere per mano di uno “scheletro stronzo” (.cit). Secondo: prendere bastonate ovunque porta a uno spaesamento continuo che sfocia nel chiedersi ogni volta se si è azzeccata la strada o se ci si è catapultati prematuramente in un’area che era meglio affrontare più in là. In realtà questo aspetto della troppa libertà comincia a diventare un problema piuttosto grande quando i diversi percorsi possibili si moltiplicano: alcune delle aree accessibili sin dall’inizio dell’avventura non dovranno essere affrontate fino alle fasi avanzate del gioco (e per avanzate intendo… avanzate parecchio!) eppure nessuna indicazione. Tutto è lasciato al buon senso, spesso mancante, del giocatore.
Questo è solo uno degli aspetti per i quali Dark Souls è spietato con chi lo gioca. Spesso ci troveremo davvero a vagare per ore in corridoi così angusti e zeppi di gente che vuole farci la pelle, che correre disperatamente verso il buio totale sembrerà essere l’unica opzione. Tombe sotterranee in cui passeremo alcuni dei momenti più depressivi della nostra carriera di videogiocatori, a schivare spade giganti brandite da enormi scheletri, sperando che ciccando il colpo questi finiscano per cadere di sotto e morire. E la cosa bella è che spesso succede. Ma tra i dispetti che questo enorme e oscuro bambinone ci farà ci sarà un odio atavico per la comunità di amici che ci siamo costruiti sulla console, impedendoci di entrare in ogni gruppo di chat, sbattendoci fuori dal gioco ogni volta che ci colleghiamo a uno (per poi dare la possibilità di giocare lo stesso, ma in modalità “offline” che comporta diversi svantaggi), ci spaventerà con l’autosave insistente che vieterà di accedere a un salvataggio precedente a qualsiasi azione abbiamo compiuto, sia questa uccidere un enorme boss oppure colpire per sbaglio un NPC che da quel momento in poi smetterà di parlare e cercherà di restituire il favore (pure lui). E poi c’è la questione delle anime. Chiunque sia un attimo ferrato in materia, sa che in Dark Souls le anime sono l’unica moneta di scambio: servono per passare di livello, per comprare equipaggiamento, per ripararlo, per potenziarlo, insomma per tutto. Collezionarle è molto facile, basta uccidere nemici un tanto ar chilo, ma allo stesso tempo è facile perderle. Tutte. Basterà infatti morire una sola volta per far tornare il contatore a zero, a quel punto l’unica possibilità che rimane è recarsi sul luogo del misfatto e suggere dalla pozza verde che il nostro precedente io ha lasciato al momento della morte. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, per raggiungere il corpo creperemo ancora, e in quel caso tutte le anime accumulate con fatica andranno perdute. Sigh.
Continuo a spaventarvi (ormai è diventato un calvario) con due particolari, uno di natura tecnica e l’altro di natura personale. Il primo è facilmente riconducibile a un motore di gioco che “’gna fa’” e spesso si concede il lusso di filare a, toh, forse dieci frame per secondo, offrendovi gustosi effetti rallenty totalmente non voluti. L’altra storia da brivido riguarda un mio lucidissimo istinto suicida che, per qualche secondo mi ha indotto, sfinito dall’ennesimo tentativo contro il boss di turno (e non si parla di una o due ore, si parla di uno o due giorni di gioco bloccato contro lo stesso nemico), a spegnere la console durante l’autosalvataggio appositamente per porre fine alla vita del mio personaggetto virtuale. Ovviamente rinsavito qualche secondo più tardi mi sono reso conto dell’entità della cazzata fatta e, fortunatamente (?), il salvataggio non s’è corrotto. Ma è stato inquietante.
Bene, dopo tutte queste belle storie dell’orrore, perché dovreste comprare Dark Souls? Perché è un gioco bellissimo. A patto che siate dei giocatori pazienti, cauti e assolutamente disposti a morire spesso e volentieri, il sistema di gioco che c’è dietro è geniale e la progressione dello stesso è soddisfacente come non succedeva da mai. Prendete quella particolare sensazione estatica che vi colpisce quando vi sbrogliate da un punto difficile in cui siete bloccati da giorni, e moltiplicatela per mille. Dark Souls di momenti così ve ne fornisce a bizzeffe, rendendo praticamente ogni minuto della progressione una sfida vera, tangibile, difficile e allo stesso tempo esaltante e emozionante solo come una cosa al limite delle proprie capacità potrebbe essere.
























