Catherine: What is love?

9 set 2011 di

Catherine: What is love?

Baby don’t hurt me, don’t hurt me, no more.

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Vincent è un trentenne che condivide da tempo una relazione con la bella, ma un po’ fredda, Katherine. Vincent è pure una di quelle persone che non vogliono prendersi responsabilità, che vorrebbero solo che la loro vita continuasse tranquilla, senza stravolgimenti: esattamente com’è ora. Katherine, invece, comincia ad avanzare pretese: vorrebbe mettere su famiglia, avere dei figli, sistemarsi. Vincent temporeggia da un sacco di tempo ormai e l’insistenza della ragazza comincia a farsi pressante, praticamente soffocante. Se a tutto questo si aggiungono i terribili incubi che notte dopo notte lo sconvolgono, lasciandolo al mattino a tremare come una foglia nel letto, si può affermare con sicurezza che Vincent non stia passando il miglior momento della sua vita. A complicare ulteriormente le cose ci si mette Catherine, stupenda biondina che sembra offrirgli una scappatella frizzante e pruriginosa dalla situazione sentimentale da cui si sente schiacciato. Ma il tradimento è davvero la giusta soluzione? E cosa c’è che non va con Catherine e il suo modo subdolo di farsi trovare sempre infilata nel letto al risveglio, nonostante Vincent non ricordi nulla? E gli incubi che lo tormentano sono in qualche modo legati alla mattanza di uomini che sta riempendo la cronaca nera?

Tra le tante questioni a cuore (è il caso di dirlo) agli sviluppatori di videogiochi, c’è sempre stato l’amore. Idealizzato, spinto al limite del romanticismo più stucchevole, spesso tormentato e disperato. In realtà, quello che si capisce leggendo tante storie, guardando molti film, giocando tanti giochi (e ovviamente vivendo le esperienze sulla propria pelle, ché non è che stiamo qua a far ballare la scimmia) che hanno in comune questa tematica, è che non esiste un solo tipo d’amore. Catherine è una grande metafora dell’amore, in tutte le sfaccettature: quelle più linde e quelle più lorde. La storia di Vincent, e degli altri uomini che frequentano il bar Stray Sheep, rappresentano tutte le possibili sfumature di un sentimento che non segue mai una sua versione universale, ma che va a diramarsi in tante possibili eventualità e infiniti finali alternativi. Ognuno dei personaggi della storia, che sia un protagonista, un comprimario o una semplice comparsa, ha un’idea tutta sua dell’amore, dell’affetto e del suo vivere il sentimento. Alcuni con segreti inconfessabili, altri apertamente dichiarati, che vorranno condividere tutto con Vincent. Con voi.

Catherine è questo. Di giorno, un grande contenitore di informazioni, di scene al limite della telenovela, in cui relazioni si creano e si disfano, in cui assistiamo all’odissea di Vincent, al frutto maturato dalla sua leggerezza, al prezzo da pagare per il non volersi esporre e crescere. Di notte un puzzle game, geniale, spietato (è il caso di dirlo,  ma ci arriveremo), intramezzato da ulteriori momenti di condivisione, di raccolta, di confessione. Capisco che da come ve l’ho buttata là può sembrare una gita parrocchiale, ma piuttosto parliamo di confessioni di uomini terrorizzati, a un passo dal doversi confrontare con le loro paure più grandi.

Durante la veglia, il joypad potete pure buttarlo dalla finestra (non lo fate, perché non vi risarciremo). Tutto prende forma di una serie di più o meno lunghe cutscenes, mosse dallo splendido (oh, davvero, roba da leccarsi gli occhi) motore grafico del gioco, talmente simile a un anime da risultare perfino più piacevole degli spezzoni animati stessi, che proseguono le vicende amorose del riccioluto protagonista. All’interno delle sequenze, durante le decisioni più critiche, Vincent agirà nel modo in cui ritiene più giusto, a seconda dell’allineamento tenuto durante il gioco. Oltre a questo, è possibile aggirarsi nel bar Stray Sheep, dove Vincent si reca quotidianamente a sbronzarsi con gli amici, e parlare con gli avventori del locale, con gli amici di cui sopra, giocare a un cabinato inquietantemente simile al puzzle che Vincent affronta tutte le notti e messaggiare, rispondendo agli SMS che vi arrivano sul cellulare. Cutscenes a parte, questa sezione di gioco serve a fraternizzare con i personaggi, tutti ottimamente caratterizzati e con una propria storia “amorosa” da raccontare. E tante volte Vincent si trova a dover fare un po’ il dottor Stranamore, ascoltandoli e consigliando loro. A seconda del grado d’amicizia che si stabilirà con alcuni dei clienti, questi decideranno di tornare o meno a bere nel locale per proseguire nel loro racconto.

Il gioco vero e proprio prende il via la notte, nel bel mezzo di quegli incubi pieni di quadrati, mostri urlanti e pecore. Ora, assicurandovi che il nostro Vincent non sta sognando nulla che abbia a che fare con Minecraft, la modalità puzzle del gioco è azzeccata, geniale e assolutamente punitiva. Specifico che è presente una modalità Easy per chi ha l’epiteto facile e non ha voglia di torcersi le budella per avanzare nel gioco. Nella modalità normale le cose sono esattamente come furono previste per tutti all’uscita del gioco (la modalità facile è stata aggiunta successivamente, sotto richieste imploranti di pietà da parte dei giocatori), ossia, difficile.

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Le meccaniche del puzzle sono semplici ma piene di risvolti interessanti. Mi rendo conto ora, a cinque secondi circa dal doverle scrivere, che farlo così, testualmente, non avrà alcun senso, comunque ci provo lo stesso. Ogni livello proposto è formato da una moltitudine di cubi che è possibile manipolare, spingendoli lontani o tirandoli verso di noi. Lo scopo del livello è ovviamente quello di sistemarli in modo da poter raggiungere la vetta dell’incubo e uscire dallo stesso, prima che il livello crolli uccidendo Vincent. Per far fronte alla moltitudine di infamate che il gioco mette davanti al giocatore (veramente tante e veramente infami) si può ricorrere a tutta una serie di tecniche che vengono insegnate dagli altri sognatori -che Vincent vede sotto forma di caproni-  che si danno appuntamento tra un piano e l’altro dell’incubo. Queste tecniche, insieme all’esperienza che il giocatore accumula giocando, sono il vero passepartout per la vittoria. Scalare le pareti, all’inizio, sembrerà impossibile ma con qualche accorgimento e una visione di gioco matura, che si svilupperà del tempo, si diventerà assolutamente in grado di affrontare la sfida. A completare il tutto, poi, delle Boss battle al cardiopalma dove viene fuori tutta la giapponesità che il titolo cerca di non dare a vedere durante le sessioni non oniriche.

Catherine è un titolo affascinante, nuovo e particolare, non adatto a tutti i palati, ma decisamente consigliato agli amanti dei puzzle game (perché in sostanza è persi tra quei maledetti cubi che passerete la maggior parte del tempo) o a chi, pur non essendo un genio nello spostare efficacemente oggetti quadrati, ha voglia di godersi un gioco i cui dialoghi potrebbero non essere scritti da una scimmia alcolizzata di Tavernello. In un panorama desolante in cui si preferisce spararsi in faccia per aumentare il killstreak anziché perdersi nelle trame di una bella storia, un gioco del genere è una discreta sorpresa. I dialoghi, la storia, i personaggi e la grande metafora che è dietro il titolo, non sono banali, scontati, sono miracolosamente privi di quella retorica spicciola di cui spesso siamo bersagli facili, in special modo dai videogiochi (e in special modo da quelli giapponesi, t’oh, mettiamoci dentro un po’ di odio che è troppo amorosa ‘sta recensione). Da non perdere, da premiare, per far capire che, cazzo, i giochi “diversi” ci piacciono ancora.

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