Troppi achievements, nessun achievement
“Da medaglia al valore nerd, l’achievement è diventato pian piano un orpello che ci si aspetta ma di cui non ci si cura.”
Questo articolo di Ferruccio Cinquemani è tratto dal blog SinglePlayerCoop.com.
Stamattina mi sono svegliato e, come faccio sempre, ho fatto colazione in silenzio e vagamente incazzato (sono fatto così, mi sveglio male) leggendo le ultime notizie su Google News. Cliccando sulle notizie di una specifica sezione ho ottenuto un distintivo, che diventerà bronzo, argento, oro, platino o ultimate man mano che leggerò notizie di quella sezione.
Mentre mettevo in ordine la cucina ho ascoltato un audiobook tramite Audible. Durante l’ascolto ho sbloccato un paio di distintivi: High Noon, che attesta che ho ascoltato un audiobook attorno all’ora di pranzo, e Weekend Warrior, prova del fatto che ho ascoltato parecchie ore nel weekend e dimostrazione indiretta del fatto che nel fine settimana faccio molti lavori di casa.
Durante lo stesso giorno ho anche guadagnato dei punti su SEOmoz, il sito che frequento giornalmente per lavoro, commentando su un post del loro blog. Ho anche inserito alcuni dati mancanti al mio profilo di LinkedIn, sbloccando così il 100% di completamente del mio profilo. E ancora, ho sbloccato achievements su Game Center giocando, assiso sul trono, col mio iPhone. Ho ottenuto trofei su PS3 e achievements su 360 e Steam.
Molte delle mie attività legate a uno strumento elettronico sbloccano trofei, badge, achievement, ricompense morali. Il mio primo vero contatto con gli achievement è stato su PS3 (sono arrivato tardi su 360). E per un poco me ne è quasi importato. Il fascino del numero globale non mi ha mai convinto, ma i trofei sbloccati mi piacevano, solleticavano quel piacere vagamente nevrotico di avere completato qualcosa. Poi, col passare del tempo e l’accumularsi di servizi che ti offrono riconoscimenti sbloccabili, ho perso sempre più interesse. Non si tratta di una scelta cosciente, ma di un meccanismo economico: una risorsa abbondante è meno importante di una rara, e ogni servizio in più diluisce l’impatto di un riconoscimento. Del resto gli achievement si basano implicitamente sul concetto di rarità e di comparazione. Se quello che ottieni non è raro e non è facilmente comparabile con altre persone non è un vero trofeo.
E così, da medaglia al valore nerd, l’achievement è diventato pian piano un orpello che ci si aspetta ma di cui non ci si cura. Avete presente quei tristissimi trofei di plastica che ti danno quando vai a giocare a bowling con gli amici? Ecco, questo è il vostro gamer score.
Il problema, in realtà, è più ampio, e riguarda soprattutto la cosiddetta gamification. In marketing si parla di gamefication per descrivere tutti quegli strumenti tipici dei videogiochi, come punteggi o riconoscimenti, applicati però ad un servizio commerciale. La teoria è che l’utente avrà degli incentivi ad usare di più un servizio (o a comprare di più) semplicemente perché vorrà sbloccare più roba o perché, onestamente, tutti vogliamo riempire al 100% una barra piena solo a metà.
La gamefication è una delle più recenti mode nel mondo del marketing, come lo erano i social media uno o due anni, con tanto di uso smodato della parola nella stampa specializzata e applicazioni inappropriate e bizzare del concetto visibili ovunque. E, anche qui, il dilemma dell’achievement si ripresenta: man mano che aumentano i servizi che ti propongono punti esperienza, achievements, livelli, nessun utente può ragionevolmente star dietro a tutto. E il rischio, quindi, è che tutto diventi un gigantesco rumore di fondo. Perché a nessun piace ricevere un trofeo di plastica. E poi, se di trofei ne hai un migliaio, cosa cambia uno in più o in meno?























