Rise and Fall – L’ascesa e la caduta di SEGA
Negli anni ’80, SEGA, rigorosamente scritto in maiuscolo, era una delle realtà videoludiche mondiali più conosciute, seconda solo all’immensa Nintendo. SEGA era sinonimo di arcade, la cui produzione di Hit sembrava non cessare mai. SEGA si focalizzava anche sul mercato home, producendo console su cui convertire i propri successi ma anche quelli della concorrenza, senza però disdegnare gameplay diversi adatti a sessioni di gioco casalinghe. Prima che un marchio, SEGA era un modo di intendere il videogioco.
30 anni più tardi, Sega, ma questa volta lo scriviamo in minuscolo, è uno dei tanti producer anonimi che pubblica giochi sviluppati da occidentali, che ha (s)venduto i propri brand facendogli fare una fine indecorosa, che ha ridotto o accorpato i gloriosi team interni e che sembra preoccuparsi poco di un mercato arcade che dopo aver affrontato diverse crisi, è palese che non renderà più come un tempo.
L’ascesa e il declino di SE/ga derivano da motivazioni complesse non sempre interpretabili in modo chiaro e preciso. Questo documento vuole analizzare i motivi che hanno portato l’azienda fino alle più alte vette verso la fine degli anni ‘90, poi quasi alla rovina nei primi anni del nuovo millennio, e trasformata ora in una società in salute ma della cui filosofia videoludica non è rimasto (quasi) più nullla.
Get ready?
GUERRA DI COREA
Negli anni 50 la Guerra Fredda portò gravi conseguenze sulla stabilità geopolitica mondiale. La contrapposizione Est Ovest tra due ex alleati della Seconda Guerra Mondiale, Stati Uniti e Unione Sovietica si sviluppò soprattutto in campo militare dove le due superpotenze, in una guerra psicologica fatta di interessi contrapposti, propaganda politica, azioni di disturbo, cercarono di prevalere l’una sull’altra. Diversità socio-culturali, economiche e politiche erano il perno su cui le due fazioni frazionarono accusandosi reciprocamente.
DAVID ROSEN
David Rosen, colui che in seguito sarebbe divenuto il fondatore di una delle case di videogiochi di successo della storia, era nel 1950 solo uno dei tanti soldati mandati a combattere la Guerra di Corea. Il suo battaglione si trovava in Giappone, nazione controllata dagli americani dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le forze americane pensavano fosse indispensabile rendere di nuovo attivi alcune reparti giapponesi che durante l’occupazione della Corea si occupavano dell’amministrazione e del controllo delle colonie. Vista la vicinanza con la penisola coreana, il Giappone diventava un centro strategico indispensabile per il conflitto, dove migliaia di uomini vi facevano scalo per poi ripartire alla volta del paese in guerra. Rosen non ebbe ruoli particolarmente attivi durante il conflitto ma si trovava in un’unità che si spostava molto spesso, prima a Shangai, poi di ritorno ad Okinawa, infine in Corea durante gli anni caldi del conflitto.

LA ROSEN ENTERPRISE
La maggiorparte del tempo Rosen lo passò in Giappone, dove in pochi anni assorbì usi e costumi di quel paese e dove avviò ne 1952 anche alcune attività imprenditoriali con la società che prendeva il suo nome, la Rosen Enterprise Ltd. che si occupava di manufatti artistici. In quel periodo, a causa delle conseguenze della guerra, c’era molta manodopera disponibile a basso costo, perciò Rosen decise di assumere artisti per la realizzazione di ritratti che venivano copiati da fotografie, attività ben diversa da quella che sarebbe stato in seguito il focus della società. Qualche tempo dopo Rosen torna a NewYork ma ci rimane per poco tempo. In questo breve lasso di tempo Rosen cerca di allargare gli interessi della compagnia sul suolo americano e completare gli studi stava portando a termine prima dell’arruolamento, ma con scarso successo. Con l’apertura di una sede americana, Rosen intendeva creare una società di ritratti su commissione, dove i clienti avrebbero portato le foto che successivamente sarebbero state mandate in Giappone e poi rimandate indietro incorniciate. Dato il basso costo della manodopera e dei trasporti, il macchinoso sistema era comunque piuttosto conveniente rispetto ad avviare la stessa operazione in America.
IL BUSINESS DELLE FOTOTESSERE
L’idea di completare gli studi era completamente naufragata e un nuovo business correva nella mente di Rosen, che decise di ripartire per il Giappone il prima possibile. Qui Rosen si accorge che in Giappone hanno bisogno disperato di fototessere da utilizzare come tessere di riconoscimento, tessere per la razione, tessere scolastiche e tessere lavorative. Insomma tessere di tutti i tipi. In Giappone stampare foto costava 250 yen e servivano 2-3 giorni per essere sviluppate, un processo lungo e costoso per le semivuote tasche dei giapponesi. Negli Stati Uniti esistevano però fin dagli anni ’20 macchinette per la stampa automatica il cui costo di ogni di foto composta da 4 foto in successione era di appena 25 centesimi di dollaro e la stampa era immediata. Da un lato i giapponesi con il loro bisogno di stampe rapide e convenienti, dall’altro in chioschi automatici di foto americani. Mancava solo qualcuno che portasse quei chioschi fino in Giappone e quel qualcuno ovviamente era Rosen.
I chioschi per le foto furono modificati in quanto le foto non duravano più di 2-3 anni mentre sarebbero dovuti durare almeno il doppio. Dopo numerosi studi, Rosen creò macchine semi automatiche dotate di un controllo della temperatura di stampa per foto di buona qualità e soprattutto durature. Il costo massimo era di 150-200 yen e ogni foto era pronta in una manciata minuti.
Nel 1954 il Photorama, questo il nome dei chioschi fu un successo, tant’è che i giapponesi lo rinominarono “ifrum sashi” ovvero “foto da 2 minuti”. I Photorama si diffusero in tutto il Giappone, almeno 100 erano le città in cui si potevano trovare questi chioschi, la gente ci perdeva letteralmente le giornate.
Il successo di questi chioschi fu così grande che molti fotografi locali si trovarono con grossi guai finanziari non riuscendo a stare al passo con questa infernale macchinetta. Lo stesso Consolato Americano richiamò Rosen spiegandogli che davanti la loro sede era stata organizzata una manifestazione per la sospensione della vendita dei chioschi. Il problema era che in realtà il Governo Provvisorio Giapponese non opponeva particolari ostacoli nel caso di ditte straniere che operavano nel suolo nipponico. Non potendo e non volendo fermare il business, Rosen prese la decisione più ovvia: le macchine sarebbero state costruite su licenza, anche in kit di montaggio. La soluzione avrebbe allargato il mercato ma fu una grave minaccia per gli affari di Rosen che doveva pensare ad altri prodotti da commercializzare.























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