Dot Hack
Ultimamente non passa giorno che non si abbia notizia di qualche compagnia, videoludica o meno, che non abbia subito un tentativo, riuscito o meno, di intrusione nei propri database. Solo in ambito videoludico, nell’ordine, prima l’attacco al Playstation Network, poi Sony Online, poi Bethesda, poi Bioware, poi EveOnline e Minecraft, ora il Sega Pass.
“Cina”, esordiva la quarta puntata di Flash Forward nell’identificare i mandanti dell’attacco. Sicuramente centrano i russi che detengono il monopolio dello spam, senza contare che hanno spie ed hacker piuttosto gnocche. Che sia Anonymous, oramai considerata l’Al Quaeda del terrorismo videoludico, o l’esordiente Lulz Security, la comunità videoludica ha poco da ridere. E non perché trovarsi i propri dati diffusi su internet sia una seccatura, non perché si è costretti a cambiare password e dati ogni 2 giorni, non perché non si può giocare al gioco preferito per colpa di server down.
La verità è che la comunità videoludica si è rotta le balle. Dopo anni in cui le grandi società erano considerate la fonte di ogni male, per cui ogni colpo subito era visto come una giusta punizione a chissà quale atto di malvagità, i videogiocatori ha capito che che atti come questo danneggiano solo loro. Giustamente ora ne hanno piene le balle. Gli hacker, che poi sarebbero cracker ma facciamo gli ignoranti, prima venivano considerati da taluni un’arma dalla nostra parte, oggi sono finalmente visti come criminali. All’ennesima dichiarazione da parte del solito un gruppo di fare questi atti per il “bene della comunità” partono solamente vaffanculo assortiti.

Eppure nei comunicati di Lulz e soci, qualcosa di vero c’è: se gli attacchi sono efficaci è perché le infrastrutture sono dei gruviera e la sicurezza informatica è a livelli minimi. Il PSN fu buttato giù per una bug nel software del database ampiamente conosciuta e mai corretta. Come possono essere messi dati così importanti in strutture così poco raffinate e sicure? Le aziende spendono milioni di dollari in pubblicità ma poco si preouppano della gestione delle infrastrutture, che pure costano e abbisognano di essere rinnovate in continuazione.
La preoccupazione di tutti è che i dati vadano a finire nelle mani di organizzazioni criminali. Ma è una paura (quasi) senza fondamento. Non è che questi non abbiano niente da fare che spendere migliaia e migliaia di euro per dati che difficilmente potranno usare, visto che accedere ad un conto bancario anche avendo i dati non è così semplice, oltre al fatto che le banche hanno sistemi di protezione e di garanzia per problemi di questo tipo In realtà spesso questi dati vengono comprati sottobanco da ditte legalissime che li useranno per ricerche di mercato o robe simili. Mal che vada vi troverete la cartella piena del solito spam.
In una generazione che non si fa problemi a raccontare i cazzi propri su Facebook pubblicando l’inimmaginabile senza pensare che molti dei dati inseriti verranno passati a terze parti, fa specie preoccuparsi di qualcosa che finirebbe nel 95% dei casi alle stesse società.
Da un certo punto di vista, questa situazione non può che far bene al giocatore, che deve finalmente capire che danneggiare una società che offre un servizio danneggia prima di tutti gli acquirenti, e soprattutto deve conoscere quali sono i rischi del mettere le proprie informazioni importanti in rete. Di sicuro non ci sentiamo di ringraziare Anonymous e Lulz per averci aperto gli occhi.






















