Se guardi nell’abisso abbastanza a lungo
Se nel duemiladieci non sei ancora su Facebook, un motivo ci sarà. Più di uno, magari. Il tuo è che odi le riunioni degli ex compagni di scuola. Quelle che finiscono sempre lì: rivedere tutte quelle che continuano a non dartela, e il dover spiegare quello che fai nella vita. Vi stupirò con effetti speciali, forse, ma non è affatto la prima a essere la più dolorosa fra le due verità. E la verità, a volte, fa più male dell’ammettere che quell’odiosa canzone capita pure che te la canticchi fra te e te. A volte.
Dover spiegare che ti occupi del controllo della qualità di videogiochi, raggela l’intera stanza ancora prima di poter aggiungere che sei un manager, che firmi contratti con i giusti numeri di zeri e che dai lavoro a giovani ragazzi e ragazze che non hanno mai dato ascolto ai proprio genitori. Li stessi, per intenderci, che adesso giocano ai giochini anziché drogarsi con gli ex amici del pallone.
Ahimé, il tuo non è lavoro da ricevimento. Tua moglie si inventerebbe la sua prima battuta in sei anni di matrimonio, piuttosto che lasciarti parlare a ruota libera di quello che fai. Il bello è che ridi pure. Di te stesso, non per la battuta. Ascolti dottori, avvocati e altri stereotipi di vite che fanno esattamente quello che fai tu, ovvero fornire un servizio, ma loro generano sane discussioni di gruppo, tu generi solo un biglietto di sola andata per il tavolo dei bimbi. Giovanni – sembrano chiedere – perché non salvi vite umane, spezzi matrimoni o vendi frigoriferi al polo? Giovanni – sembrano proseguire – perché non ti trovi un lavoro con delle vere responsabilità, che ti faccia crescere una buona volta? Perché Giovanni non esiste – ti verrebbe da dire – non il Giovanni che vedono davanti a loro.
Al Giovanni che vedo io piace pensare di aver salvato eccome vite umane, spezzato matrimoni e sicuramente venduto l’inutile, con la sola forza delle centinaia di giochi cui ha fatto passare con successo un compliance check. Quello stesso Giovanni che ha avuto la responsabilità di creare posti di lavoro, come pure perdere posti di lavoro, ma tanto se oggigiorno non hai il cerca-persone non sei nessuno. Ah no, hai anche quello, ora che ci pensi.
Ma che ti frega, poi? No, nulla, era per scrivere qualcosa di volutamente melanconico, l’espediente narrativo migliore se si vuole vincere qualche lettore in più, prima dell’uscita di scena. Oggi Giovanni Donda getta la spugna, chiude Odio di Gomito senza usare una sola metafora che sia una e chiede permesso. Permesso di uscire da dove è entrato, dall’uscita di servizio di questa industria a me tanto cara, quella stessa a cui ho dedicato un terzo della mia vita.
Nulla a che vedere con Facebook e le battute di mia moglie, sia chiaro. Tutto a che vedere, piuttosto, con anni di battaglie contro mulini a vento e inaspettate ripercussioni sulla vita privata di un uomo adulto in cerca di sacrosanti svaghi. Citerei Matrix e pillole di colore diverso, se non mi fossi ripromesso di non usare metafore almeno quest’ultima volta. Oh beh, ci sarebbero da leggere giusto quel paio di avvertenze, prima di saltare da questa parte della staccionata. Si vedono cose che voi consumatori non potreste neanche immaginare, ed è meglio così. Infatti è esattamente quello che voglio fare pure io, tornare a non vedere, tornare a potermi godere un’ora di svago senza vederci nient’altro che make-believe fra quelle righe di codice. Dopo dieci anni, me lo devo.
State leggendo il mio addio all’industria, a Babel e a tutto quello che rischia di distruggere l’unico svago che mi sia rimasto. Torno a giocare con i paraocchi, insomma, nei ritagli di tempo di un padre di famiglia finalmente presente. A chi fosse ancora là fuori a combattere, o chi volesse unirsi allo scontro, auguro maggiore fortuna. O anche solo di riuscire a rispettare il comandamento più importante: non ti portare mai il lavoro a casa. Perché c’è una certa ironia di fondo nel constatare come ci voglia un appassionato di videogiochi – piuttosto che un business man – per poter elevare il controllo della qualità a qualcosa di più di un cinico compliance check, e di come sia proprio l’appassionato a soffrirne di più. O forse non è ironico, è solo triste, ma una certa cantante ci ha fatto i soldi confondendo le due cose, magari mi dirà culo pure a me. Resta il fatto che toccherà a qualcun altro soffrire per la causa, io ne ho avuto abbastanza di guardare così a fondo in quell’abisso. E di sforzarmi a non usare metafore.
Capitemi, voglio scrutare nelle sue profondità e vederci solo la donna in rosso, anziché il buio che mi sorride.























