Dragon Age GdR

20 ott 2010 di

Sparate al Capoverso

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Simone Tagliaferri è uno cattivo. Io, di più; almeno così mi si dipinge.
Per punirlo quindi della sua malvagità di seconda categoria gli ho rubato la rubrica da sotto il naso per parlare di Dragon Age. Non di Origins, l’RPG marrone di BioWare che EDGE ha odiato (noi, su Babel 19, meno), bensì del gioco di ruolo edito dalla Green Ronin basato sullo stesso universo fantastico.

Perché se è vero che il titolo uscito per PC, 360 e PS3 è, a tratti, tecnicamente un mezzo scandalo, è pur vero che è anche l’unico titolo di questa generazione ad avermi tenuto incollato al monitor per più di 40 ore. Con un piccolo trucco: alle mancanze pratiche sopperisce con un’ottima teoria. Al di là di un gameplay oggettivamente interessante, quello che splendeva sotto strati di texture impastate e colori spenti era un’ambientazione di tutto rispetto, assolutamente comparabile a saghe ben più longeve di D&Diana memoria. Partendo da presupposti noti (umani, nani, elfi, armi magiche e nemici che sono né più né meno gli Uruk Hai del Signore degli Anelli), i colpi di scena e i piccoli aggiustamenti apportati ad alcuni elementi mirati facevano di Ferelden un mondo violento e credibile, che ingloba – in modo non dissimile a quanto fatto da Battlestar Galactica in ambito fantascientifico – anche tematiche scottanti e tristemente attuali.

Va da sé che un tale universo non poteva essere contenuto per interno in Origins, e la cosa sarà già ben nota a quelli che imperterriti si sono letti tutto il materiale testuale che va a comporre l’immenso Codex del gioco. Come sfruttare quindi questa mole di idee dal potenziale inespresso? Naturalmente con dei romanzi, due, chiamati rispettivamente The Stolen Throne e The Calling, e con un gioco di ruolo classico, che ben si presta allo sfruttamento di tutta quella parte dell’ambientazione che per un motivo o per l’altro non è stata resa interattiva né Origins né in Awakening.

Il numero di battute tiranno mi impedisce di dettagliare a chi non è nato negli anni 80 cosa sia un gioco di ruolo “carta e penna”. Forse l’idea di interagire con gente reale attorno ad un tavolo, tirando dadi, mangiando patatine e rovesciando Fanta sulle schede dei personaggi vi sembrerà roba da vecchi: vi assicuro invece che se non ci avete mai provato avete in buona sostanza sprecato la vostra gioventù inutilmente. Diciamo: avete presente il teatro, dove ogni attore interpreta un personaggio? Ecco, è più o meno la stessa cosa, solo che si segue un canovaccio abbozzato su cui perlopiù improvvisare secondo alcune linee guida dipendenti dal gioco che state giocando.

Dragon Age GdR

In maniera abbastanza sorprendente, la parte di ambientazione è fra quelle meno approfondite. Il Codex del videogioco e la wiki di Dragon Age vi saranno sicuramente d’aiuto. Il recente modulo di avventure Blood in Ferelden, in ogni caso, pare ponga rimedio ad alcune di queste mancanze.

Il GDR cartaceo di Dragon Age, al momento disponibile solo in inglese, si presenta con un set base e la promessa di 3 ulteriori set disponibili in un futuro non meglio precisato (pare, infatti, che Bioware debba dare l’ok su ogni singola parola). Il primo set è composto da due manuali di una sessantina di pagine ciascuno, intitolati con la tradizionale dicitura Game Master’s Guide e Player’s Guide, un set di tre dadi a 6 facce, una mappa a colori di Ferelden e un’avventura introduttiva. L’impressione, per i veterani, è proprio quella della famosa scatola rossa di D&D, e, volendo essere del tutto onesti, Dragon Age è un gioco perfetto per battezzare i neofiti del gioco di ruolo classico con qualcosa che non abbia già 20 anni abbondanti sul groppone.

I manuali sono completamente a colori e illustrati con competenza, le regole, basate sul sistema Adventure Game Engine, semplici abbastanza da non richiedere di tenere sott’occhio miliardi di tabelle o di effettuare infiniti tiri di dado, il sistema di creazione dei personaggi rigido quel che basta per impedire che giornate intere vengano sottratte al gioco vero e proprio (Nobilis, a mio parere il GDR per eccellenza, ha una creazione del personaggio che può tranquillamente durare giorni). Se da un lato tutta questa accessibilità favorisce i nuovi arrivati, dall’altro castra abbastanza le aspirazioni di chi in precedenza ha già giocato almeno una sporca dozzina di giochi di ruolo diversi.

Le opzioni sono scarse, le classi a disposizione solo tre (mago, guerriero, ladro – come se non fosse possibile fare altro in Farelden), il bestiario limitato e il grimorio privo addirittura della parte riguardante la magia del sangue, elemento senz’altro rilevante nelle controparti videoludiche. Certe scelte sono difficili da giustificare, pur essendo chiaro il loro doversi adattare al materiale d’origine e allo status di “set introduttivo”, soprattutto alla luce dei ritardi nel rilascio dei set avanzati.

Ad ogni modo, l’ottimo supporto fornito dagli utenti del forum di Green Ronin, il fatto che il sistema riesca ad adattarsi ad alcune meccaniche del videogioco senza risultare ridicolo (con un esempio lampante in quelli che vengono definiti “stunt”: ovvero le abilità speciali a cui ci hanno abituato i protagonisti di Origins) e l’eccellente qualità dei materiali, mi spingono a consigliare Dragon Age perlomeno a chi ogni tanto si sia trovato a rimuginare sull’idea di sfruttare il materiale presente nel Codex in maniera migliore.

Chi volesse vedere il sistema in azione, selli il cavallo e si diriga nel nostro forum: Simone Tagliaferri e altri due compagni, attualmente impegnati a strisciare nel fango di Thedas, aspettano solo un bardo che sia in grado un giorno di cantarne le eroiche gesta.

Dragon Age – Dark Fantasy Roleplaying
Green Ronin Publishing
$29,95 – Edizione Americana

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  • http://www.facebook.com/people/Marco-J-Slavex/1584000882 Marco J. Slavex

    Sarei anche tentato….

  • http://www.facebook.com/simone.tagliaferri Simone Tagliaferri

    Un bardo, buona idea. Ma deve sbrigarsi, perché rischiamo di essere ammazzati al primo combattimento :D