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Casualness

Chi sono i giocatori casual?

Il relativismo gnoseologico, insegnato con ricercata solerzia nelle migliori facoltà di Antropologia, impone che nell’affrontare la classificazione dei videogiochi secondo il loro essere o meno casual si debba sempre tenere presente che le persone hanno aspettative, categorie mentali e pretese differenti. Affermare aprioristicamente che i giocatori casuali non sono veri e propri appassionati di videogiochi, infatti, rischia di essere un concetto quanto mai sbagliato, se non contestualizzato a dovere.

Partiamo quindi dall’assunto che il videogame, in quanto prodotto commerciale, è caratterizzato da una serie di parti appositamente pensate per diverse tipologie di utenti. Grafica, sonoro, gameplay, level design, storyline: tutti elementi che concorrono alla tessitura di un ordito specifico e confezionato per essere consumato nei più disparati modi.
Il gioco casual, in particolare, secondo la definizione di Wikipedia, prevede che la sua fruizione sia agevolata da una longevità limitata, da regole semplici, da un costo contenuto, dall’assenza di richieste hardware elevate e dalla marginale abilità necessaria al giocatore per poterne usufruire. Date queste premesse, è facile capire quanto questi titoli possano essere paragonati ai reality trasmessi in prima serata sulla televisione di Stato o ai romanzi della serie Harmony, che tanto hanno imperversato sul finire degli anni ’80: semplici, immediati e destinati a fare proseliti tra i cervelli meno propensi alla fatica (no, io “donne” non l’ho detto).

Farmville

Potrebbe dunque capitare che, nel leggere la dichiarazione fatta da Mark DeLoura (ex Marketing Manager di Nintendo, Ubisoft, SCEA e solo per pochi mesi al soldo di Google) inerente l’auspicabile evoluzione del mondo dei casual game, ritenuti da lui “titoli che sanno dare del tu anche ad utenti meno navigati, un’aspirazione che coincide perfettamente con quello che è sempre stato il [suo] modo di concepire i videogame”, un giocatore duro e puro possa decidere di utilizzare la carta patinata su cui è stata stampata la sua fotografia per farne un uso non propriamente ortodosso, data la rigidità della stessa. Insomma, se a un amante di cinema o letteratura si augurasse di vedere la propria passione travolta dalla mediocrità di grandi fratelli e fotoromanzi, sarebbe legittimo che le palle gli girassero almeno un pochino.

Intendiamoci, nessuno vuole che i casual game scompaiano dalla terra, vista anche la qualità intrinseca di alcune recenti produzioni, ma con una loro diffusione incontrollata si correrebbe il rischio di allontanare la coscienza condivisa dalla percezione del nostro medium come una forma di intrattenimento evoluta e matura.
Se la sciura Maria si iscrivesse a Facebook e, nel giocare a Farmville, si convincesse di essere al cospetto di un videogioco latu sensu, finirebbe col ritenere quanto meno idiota il figlio trentenne che per Natale si è fatto regalare la Limited Edition di Demon’s Soul.
Per trasmettere il valore culturale di un qualsivoglia prodotto, infatti, è necessario che la sua stessa percezione sia definita da un paradigma cognitivo condiviso, tanto dalle persone comuni quanto da quei key informant e stakeholder che ne costituiscono la colonna vertebrale.

Se i quattrini mossi dalla moltitudine di casual gamer nati con la capillarizzazione di dispositivi portatili e banda larga sono sufficienti a dare alla testa e portare i mass media a inflazionare l’utilizzo di frasi quali “il futuro dell’industria è nel mobile o nei browser game”, non ci resta che sperare nel fallimento di realtà come l’iPad, Android e Googlegaming, giusto per guardare in faccia questi guru del videoludo e prenderli a male parole. Bisogna diffidare anche dei grandi colossi in stile Sony e Microsoft (specie quando guidati da soggetti come DeLoura) che, ingolositi dal “miraggio dei soldi facili” (John Connor – Terminator 2, 1991), hanno ricalcato il flaccido modello Nintendo senza prevedere quali conseguenze la cosa avrebbe avuto sull’opinione pubblica.

Per quanto la loro deriva casual, al momento, possa sembrare marginale, se dovessero lanciarsi in estenuanti réclame simili a quelle realizzate per il Wii, con provocanti starlette, attempati conduttori e diligenti fanciulli come protagonisti, il risultato che otterrebbero sul lungo periodo sarebbe quello di convincere le grandi masse che il videogiocatore medio, piuttosto che perdersi tra le [strepitose] chiappe di Juliana Moreira, preferisca passare il suo tempo a simulare il tiro con l’arco e ridendo dei propri errori al pari di uno Shrek lobotomizzato. Evitabile.

Moreira

Scritto da il Cinese

Il fatto che la moglie abbia accettato di avere un marito con dei seri problemi di dipendenza da giochini elettronici, la dice lunga sui compromessi ai quali è dovuto scendere pur di evitare che la sua collezione di cartucce finisse misteriosamente nel bidone della spazzatura. Il suo sogno è quello di arricchirsi facendo un lavoro appagante, anche se chi lo conosce sostiene che sarebbe disposto a diventare semplicemente ricco. Nel mentre, trascorre la domenica mattina facendo le pulizie di casa, ipotizzando cosa accadrebbe se alla sua porta bussassero Elena Fisher e Liara T’Soni, insieme.

  • http://www.new1000ad.com/ Jack Jones

    Farmville è un gioco orribile, mi dispiace.

  • http://twitter.com/devnulI Ricardo Piana

    Anche qui, come altrove, leggo il termine “browser game” usato come dispregiativo, personalmente ne ho fatto uno ed è un videogame di strategia a tutti gli effetti, certo non per casual gamers, provatelo si chiama WarDrome, http://www.wardrome.com e dopo averlo fatto magari evitate di comparare tutti i BG a ogame o farmville :)

  • Ricky

    Scrivo con una settimana di ritardo al fine di complimentarmi per l’articolo di notevole interesse, tuttavia una cosa che non capisco è come mai una persona che cerchi un approccio più semplice al gioco la maggior parte delle volte si fermi lì senza un’ulteriore evoluzione verso titoli un pelino più maturi, che sia solo questione di pubblicità? vedremo mai Panariello in tv decapitare meduse a God of War?… personalmente se avessi una figlia preferirei di gran lunga vederla giocare a Kirby o Sonic Rush piuttosto che Giulia Passione [InsertJobHere], ma evidentemente non tutti i genitori moderni sono di questo avviso

    Ah, a scanso di equivoci, per titoli “più maturi” non intendo “più violenti”, anche se un piccolo demone rosa a forma di palla che assorbe i nemici per incrementare i propri mefistofelici poteri è senza dubbio qualcosa di temibile!

  • Matty

    Ho capito perfettamente ma non condivido affatto. Secondo me, mai come in questa Gen, si stanno costruendo castelli in aria e dichiarando cose non corrette troppo facilmente(non ce l’ho con te, parlo in generale). Il discorso sui casual non lo condivido, primo perchè se la diversità tra casual ed hardcore si limita semplicemente ad una curva di apprendimento più rapida allora io non vedo tutte ste differenze ne il motivo per fare discorsi di differenziazione, secondo perchè considero l’intuitività e la semplificazione di un sistema di controllo un enorme pregio(non l’impoverimento che è una cosa diversa e Nintendo con alcuni capolavori stà lì a dimostrarlo), il discorso longevità lascia il tempo che trova. La frase “Io per ora preferisco sparacchiare a left4dead che sudare davanti alla tele. ” indica soggettività. Io, dopo due milioni di ore che sparavo con due stick sempre allo stesso modo, sono rimasto contento di poterlo fare Anche con un puntatore, ed ho trovato una gustosa novità il potermi alzare, per farmi una partita a Tennis(esempio)

  • Postaperwar

    per risponderti quoto un passaggio dell’articolo
    “Il gioco casual, in particolare, secondo la definizione di Wikipedia, prevede che la sua fruizione sia agevolata da una longevità limitata, da regole semplici, da un costo contenuto, dall’assenza di richieste hardware elevate e dalla marginale abilità necessaria al giocatore per poterne usufruire. ”
    E ora ti chiedo, hai mai provato a mettere in mano un joypad a tuo padre (per esempio) e spiegargli cosa fare per, che so, guidare l’auto in Dirt 2? (allora la levetta sx per…, A per, Y per, grilletto destro..no non RB, il grilletto, sì quello, no aspetta…)
    Prova invece a mettere il wiimote in mano alla tua ragazza (che ha sempre schifato i videogiochi) e dopo 5 minuti è un cardiochirurgo in Trauma Center.
    Per un inesperto, lo schema dei comandi di un qualsivoglia videogioco classico è un intrico di tasti infinito e scomodo, per te che giochi da tempo invece è la configurazione solita (vedi gli fps su console che hanno quasi le stesse configurazioni di tasti).
    Io per ora preferisco sparacchiare a left4dead che sudare davanti alla tele.

  • Matty

    Ma cos’è realmente un casual game? Perchè sfondarsi al Tennis di Wiisport è casual, mentre stare ore in un deathmatch, sempre uguale, a fare sempre le solite due cose per 30 giochi tutti simili uno dietro l’altro non lo è? Perchè al primo possono giocarci tutti? Bè, anche ai soliti triti e ritriti fps, magari con mira assistita, possono giocarci tutti. Perchè nei deathmatch i giocatori casual ne prenderebbero tante? Vi assicuro che anche in Wiitennis finirebbe malissimo contro uno che già conosce bene il gioco. Il casual game è per caso una classificazione, un marchio con cui, per semplificare le cose, si è voluto bollare alcune novità del panorama videoludico, oppure è qualcos’altro?

  • http://www.ilcinese.blogspot.com Roberto Turrini

    E’ questione di avere i maestri giusti. Tipo Yoda di Star Wars.

  • http://www.ilcinese.blogspot.com Roberto Turrini

    ma lol

  • Anonimo

    Ormai scrivi talmente bene da essere al livello di un Software Engineer di Eve Interactive.

  • Lilithlun

    Ottimo articolo, perdavvero! Mi trovi d’accordo un po’ su tutto, anche sulle parole che non ho capito! D:

  • http://www.ilcinese.blogspot.com Roberto Turrini

    Mi raccomando! Sul diario!

  • Anonimo

    “Intendiamoci, nessuno vuole che i casual game scompaiano dalla terra, vista anche la qualità intrinseca di alcune recenti produzioni, ma con una loro diffusione incontrollata si correrebbe il rischio di allontanare la coscienza condivisa dalla percezione del nostro medium come una forma di intrattenimento evoluta e matura.”

    Ora che lo so me lo segno.