Limbo
Solo qualche mese fa, stropicciandomi gli occhi di fronte alla semplice bellezza di Winterbottom, ammisi la mia infatuazione per il bianco e nero radical-chic. Di Limbo mi sono quindi innamorato prematuramente, è bastata un’immagine, un presuntuoso schizzo del suo aspetto malato e minimalista, per trasformarlo nel più atipico dei must buy.
Ma Limbo non è quello che speravo fosse, Limbo è un giochetto. A tratti un buon giochetto, ma nulla di più.
Quando l’immagine diventa video, infatti, la splendida ambientazione perde i suoi colori distintivi. Il Limbo di Playdead non è un luogo pauroso, non una critica all’omonimo universo cattolico, neanche un travagliato percorso verso chissà quale destinazione. È solo un boschetto. Un po’ buio, certo, pure un po’ strano, ma mai abbastanza tetro e caratterizzato da sviscerare antichi ricordi e paure. Le sue creature sono abitanti a volte brutti e scomodi, ma mai possenti fiere dai mille significati. Una schermata vale l’altra, senza sussulti, senza troppa fantasia, tutto tragicamente uguale a se stesso fino alla fine della passeggiata in montagna. Il silenzio di sottofondo non raggela, non colora, non accompagna, non tranquillizza. Il silenzio sembra una pigra mancanza di un’avventura che tre note le avrebbe meritate eccome.
Quando l’immagine diventa videogioco, invece, si sbatte il grugno con meccaniche collaudate e passate. Nulla a che vedere con i mastodontici salti nel vuoto di Braid e Winterbottom, per citare due tra i gioielli migliori del Live Arcade. Limbo è più spesso un platform banale che non una collezione di cervellotici enigmi. Nel mare magnum di schermate che conducono ai titoli di coda si nasconde anche del buon game design, difficile negarlo, ma perlopiù si procede per scontata inerzia. Cinque ore, non di più, di un rapido viaggio tra poche e scontate avversità. L’enigma si presenta, fa qualche vittima, l’enigma è superato. Poi qualche passo, un saltello, un balzello, una scivolata e finalmente un nuovo enigma. A volte intelligente, a volte più inutile di quello precedente, a volte apprezzabile, altre dimenticabile. Limbo alla fine ci arriva in un respiro, e non lascia dietro di se troppo da ricordare.

Nonostante l’ESRB abbia aggiunto le versioni PS3 e PC del gioco nelle sue liste, Playdead ha confermato l’esclusiva per il 360.
Quello che lascia più sconcertati, preparati da un colpo d’occhio iniziale tanto eccellente, è la totale mancanza di logica, di poetica, di narrazione. Il bambino perso nel bosco apriva le porte a un mondo di idee prodigiose, invece ci siamo beccati la muta descrizione di uno smarrimento. Magari son troppo lento io, magari il Limbo non è un luogo come un altro, magari il grosso dei significati andava ricercato nel solito collezionismo di inutilità. Ma pure Braid non si lasciava afferrare, eppure le sue chiavi di lettura sembravano disseminate in ogni stupido animaletto su schermo. Limbo sembra non voler dire niente, invece, è una scatola vuota con niente al suo interno. Limbo è un giochetto, anche se la scatola sa essere molto bella ogni tanto.
I videogiochi sanno essere immagini meravigliose di se stessi. Forse è per questo che non smettiamo di credere alle anteprime e alle sparate dei PR. Ma Limbo si muove, come tutti prima o poi, e quando si muove non è neanche lontano parente di quell’affascinate capolavoro che poteva essere. Non è male, ha persino degli ottimi momenti, ma non è un eroe e poteva salvare questo mondo. [7]
piattaforma: 360
sviluppatore: playdead
produttore: playdead
versione: pal
provenienza: danimarca






















