Shank: mica te l’ha ordinato il medico
Parliamo di Videogiochi vi presenta il meglio de L’antro Atomico del Dr. Manhattan. Tutti gli articoli di questa serie sono stati sgraffignati dal blog personale di Alessandro Apreda. Durante il processo di cut & paste, nessuna clausola contrattuale è stata maltrattata.
Shank è davvero il giocone da avere a tutti i costi di cui ti dicono in tanti? Titolo da meritarsi il 10/10 di EGM e tutte quelle nomination a miglior roba dell’itrìduemiladieci? Ma, soprattutto, cui sacrificare quindici carte della propria carta, senza dire se, ma o EA? No, non lo è. […]
Che poi, intendiamoci, tu sei il primo a giudicare un gioco scaricabile con una storia di vendetta alla Kill Bill, una grafica da serie di Cartoon Network fuori controllo, le spogliarelliste ninja alla Sin City, un boss protagonista della lucha messicana alla Goichi Suda e i baffi alla Danny Trejo qualcosa che un minimo di interesse lo meriti. Ma c’è un motivo se i picchiaduro a scorrimento si sono estinti quindici anni fa.

L'arte ce l'ha messa Jeff Agala, le chiacchiere Marianne Krawczyk, quella di God of War. Krawczyk è allo stesso tempo il cognome e il codice fiscale.
Perché, essenzialmente, ammazzare per ore gli stessi sgherri – che si chiamano tutti Marco e Franco, come dei barbieri – è una gran rottura di coglioni. Quindici anni fa non c’era altro, e ci si galvanizzava facile per un rosario di calci-pugni-calci volanti, oggi meh. Klei Entertainment avrebbe potuto e dovuto mettere più carne al fuoco: spezzare la monotonia che scorre endemica nelle vene del genere pompando armi e attacchi a ritmo più sostenuto, ma anche proponendo boss fight non limitati al banalissimo “fallo andare a vuoto e premi RT” che accompagna tutti gli scontri con i capetti del gioco. Al che uno dice: eh, vabbé, ma è un gioco scaricabile, cazzo vuoi? Un altro Shadow Complex. E pure subito.

Insomma carino, insomma piacevole ma solo in piccolissime dosi, insomma tipico gioco dasettesudieci, via




















