Corto è bello

20 lug 2010 di

Lamer Rotanti

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I giochi lunghi mi hanno stancato. Non ho più il tempo né l’età per stargli dietro. Sono seduto tutto il giorno davanti al monitor dell’ufficio e tra moglie e buoi dei paesi miei, le ore personali stanno inesorabilmente estinguendosi. Se ci aggiungiamo il secondo lavoro, il pollice verde e uno straccio di vita sociale, mi rimane giusto il tempo per il filmato introduttivo dell’ultima demo scaricata.

A conti fatti il countdown è già prossimo allo zero, ma non per questo vado scioccamente ripetendomi: “Fino a qui, tutto bene”. Sto preparandomi psicologicamente a esperienze veloci, che si consumino nell’arco di pochi giorni. Voglio iniziarle il venerdì sera ed essere pronto a un nuovo acquisto il lunedì mattina.

A costo di risultare impopolare all’immagine che vedrò riflessa tutte le mattine davanti allo specchio, devo iniziare a concepire il mio futuro videoludico costellato di titoli single player scarsamente longevi, votati alla goduria immediata, senza attendere che la curva di apprendimento mi ammorbi. C’è ancora da capire quanti saranno i compromessi ai quali sarò disposto a scendere, ma il mio è un destino ineluttabile ed è quasi già troppo tardi per correre ai ripari.

È ormai inaccettabile la mia ostinazione a iniziare giochi come Fallout 3, per i quali è necessario un impegno continuativo e prolungato. Ai titoli di coda ci sono arrivato dopo 77 ore di gameplay, completando solo il 60% delle quest totali. Di settimana in settimana mi dimenticavo pezzi di trama e dovevo rileggere gli appunti per capire il perché io fossi in un certo luogo. Una volta, all’inizio, si è addirittura reso necessario il manuale cartaceo, dato che non ricordavo quale fosse il tasto predisposto al compiere una particolare azione. Giocare in maniera tanto frammentata rende obsoleta la pretesa di qualsiasi qualità dell’intrattenimento. Nei tre mesi che mi sono serviti per arrivare alla fine, cosa mi sono perso? Quanti software ho trascurato?

Basta. È ora di assecondarla, questa frenesia da botteghino. Fate uscire Modern Warfare 2 e Bad Company 2? Bene: io me li sparo dall’oggi al domani! Just Cause 2 ha una longevità di svariate decine di ore? Vade retro! Non sia mai. Ma che giochi fate uscire? La gente non avrà mai tempo di giocarli!

La vera domanda, però, è questa: ma siamo cambiati solo noi, che non abbiamo più tempo “neanche per pisciare” (Generale, F. De Gregori), o si è trasformato anche il mondo dei balocchi elettronici? Io non ho una memoria elastica, ma non mi sovviene che da ragazzi, noi, si dovesse decidere tra millemila titoli diversi in uscita nello stesso periodo. Insomma, una volta comprato Warcraft II si poteva anche fare “ciao ciao” con la manina al commesso di Pergioco, ché ci si rivedeva con calma, passato qualche mese.

Anche il “prodotto” videogioco è cambiato. L’hanno talmente riempito di pixel che si è reso necessario comprimerne la durata per non rendere antieconomica la sua produzione. A questa industrializzazione del processo creativo si è accompagnata una moltiplicazione incontrollata di studi di sviluppo e publisher, che negli anni hanno immesso sul mercato una quantità di software sempre più consistente.

I grandi esclusi, da questa febbre del business, siamo noi trentenni, che non solo abbiamo dismesso gli orizzonti temporali rilassati di quando si andava a scuola, ma abbiamo anche smarrito l’entusiasmo rappresentato dalla “novità”. Giochiamo esperienze che si ripetono, tutto sommato simili, dove alla fine della fiera si tratta sempre di sparare, affettare o nuclearizzare il nemico. Che durino un giorno e un mese, non conta poi molto.

Forse, l’unica via d’uscita che sia drasticamente risolutiva, è rappresentata dal panorama dei giochi pensati appositamente per essere scarsamente longevi. Mi viene in mente Samorost 2, un titolo degli stessi Amanita Design che si sarebbero resi responsabili di Machinarium: novanta minuti di gioco per un totale di 3 euro e 99 centesimi. Più economico del cinema e più divertente di una partita di calcio era anche lo stesso Braid: un gioco dai colori tanto simpatici da riuscire a mascherare il suo gameplay dannatamente hardcore.

Potrei continuare l’elenco con il Flower dei ragazzi della thatgamecompany o lo Zeno Clash del Team Ace. Oppure potrei soffermarmi su quelle esperienze di sviluppo in stile Shadow Complex (Epic Games) che le grandi multinazionali del videoludo stanno iniziando a sviluppare dimostrando che gli aggettivi corto, originale ed economico, non fanno rima solo con la categoria delle produzioni indipendenti.


Il fatto che siano tutti giochi scaricabili, infine, svela quale sarà il compromesso da accettare per poter usufruire di tanta freschezza: il supporto fisico. Per me, che sono un feticista dello scatolato, sarà davvero un colpo basso ma me ne farò una ragione. L’importante è che nessuno, vedendomi giocare un titolo sviluppato in Flash, pensi che io sia un casual gamer. Quelli proprio non li sopporto. Anzi, il primo che mi chiama casual lo uccido.

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  • http://www.facebook.com/people/Marco-J-Slavex/1584000882 Marco J. Slavex

    Ottimo articolo, complimenti

  • Pdnsan

    da “triste” ultratrentenne, e peggio, non posso che convenire sulla scarsa, quasi nulla, quantità di tempo a disposizione. non mi volgio arrendere, ma quando passano due settimane senza poter accendere la console, fa molta tristezza :|

  • zzavettoni

    Ammazzati.

  • http://www.ilcinese.blogspot.com Roberto Turrini

    Anche fuori, oserei dire!

  • http://smeraldo.tumblr.com/ Luca Tenneriello (Smeraldo)

    Bell'articolo e grande verità. Si invecchia purtroppo ed il tempo libero diventa sempre meno.

  • zzavettoni

    Ottimo Turrini, io ci sono arrivato a ventidue anni alla conclusione. Quindi sono vecchio dentro da più tempo di te.