Da Nestore, il negoziante balordo
Quando ancora i negozi di videogiochi online, che se ne fregano dell’IVA, non esistevano, perché ancora i negozi online non esistevano, il videogiocatore poteva scegliere di spendere i sudati risparmi in due modi: grande distribuzione o negozio specializzato. Immagino che a nessuno freghi niente dello stato di salute di Coop e soci, ma forse vi sarà scesa una lacrima vedendo il caro vecchio negozietto di fiducia sostituito da un centro massaggi cinese.
Ad oggi di negozi specalizzati ne rimangono pochi, sostituiti in gran parte dai Gamerush, sezione ludica di Blockbuster che a quanto pare non se la sta passando troppo bene ultimamente, e dal solito Gamestop, catena universalmente riconosciuta come il male assoluto. Eppure, se oggi la figura del negozietto sotto casa è sparita, non è solo colpa di malvagie logiche di mercato. Anche il negozio specializzato si è tirato la classica zappata sui piedi da solo.
Proliferati all’inizio degli anni ‘90, in gran parte come negozi di informatica allargati al sempre più crescente mercato videoludico, i negozi di videogiochi hanno basato la propria economia sulla fidelizzazione dell’utente, che invece di pescare da un anonimo scaffale dell’Iper, poteva dirigersi verso un luogo a misura di nerd, dove chiacchierare del proprio passatempo preferito con altri nerd come lui.
Il negoziante imparò ben presto a soffrire del fiato sul collo della grande distribuzione. L’acquisto nei negozietti non veniva incentivato tassando maggiormente la GD, con il risultato che il margine su console e giochi era spesso risicato. Per combattere questa lotta impari, i rivenditori specializzati hanno adottato diverse strategie, nonostante già ai tempi fossero in molti a pensare che la più sensata (ma forse inapplicabile) fosse quella di organizzarsi in una sorta di consorzio sul modello delle farmacie.
La strategia più comune fu quella di dedicarsi all’import. Potendo contare sul supporto delle riviste del settore a scandire l’uscita dei giochi americani e giapponesi, i videogiocatori si fiondavano dal negoziante di fiducia sapendo di poter trovare sempre l’ultima novità sul mercato. Il negoziante si leccava i baffi, perché faceva la cresta con la scusa dei costi di importazione. Questa strategia era efficace perché colpiva dove la grande distribuzione mostrava il fianco, ovvero il ritardo dovuto alla mancanza di distribuzione diretta delle grandi società videoludiche, che preferivano affidarsi ai distributori locali di giocattoli (GIG, Giochi Preziosi) che di videogiochi non ne capivano un tubo.

Nessun recensore è stato corrotto dalla catena Gamestop per la pubblicità gratuita contenuta nell’articolo. Purtroppo. Ma se ci fate un fischio possiamo anche metterci d’accordo!
La pirateria fu usata come seconda strategia per mandare avanti la baracca. Su Amiga fu grande la pacchia, i negozianti rifilavano sotto banco le ultime uscite su anonimi floppy, mentre qualche anno più tardi i floppy furono sostituiti dal CD, arrivò la PSX ed i primi mod-chip. I CD avrebbero col tempo iniziato a rendere sempre meno, ma per un po’ si poté arrotondare sul costo delle modifiche. A quel punto, però, era già arrivata la distribuzione diretta e la forbice, soprattutto in termini di prezzi e di accessibilità, iniziò a farsi sempre più stretta. L’import non era più import ma arrivava diretto fin sotto casa, e quindi addio alle creste sui prezzi, mentre i CD potevano essere masterizzati comodamente a casa.
L’ultima mossa fu quella di puntare sul settore retrogame, che però si rivelò una bolla destinata a scoppiare in breve tempo visto il crescente uso di mezzi come forum ed Ebay, dove gli stessi giochi si potevano trovare a molto meno. L’avvento di Internet, muli e torrenti fu l’ultimo chiodo alla bara del mercato troppo frastagliato per reggere per altri anni.
L’incapacità dei negozianti di videogiochi di rappresentarsi come forza unica si rivelò un grande svantaggio rispetto alla GD, che non sarebbe andata in bancarotta per qualche euro in più sul prezzo, potendo contare sulla comodità nel fare acquisti in un’unica soluzione. La pirateria inoltre si rivelò un’arma a doppio taglio che andò a pesare sui negozianti onesti, che finirono per adattarsi o per chiudere le serrande, se non era già accaduto per l’intervento della GD…
Di fatto nemmeno oggi i negozi di videogiochi online riescono ad essere molto competitivi, se non hanno la sede in qualche paradiso fiscale.
In tutto questo, il malefico Gamestop avrà anche le sue magagne, ma anche il pregio di aver saputo creare un sistema economico capace di reggere di fronte alla grande distribuzione, unendo quelle poche realtà distinte che hanno capito per tempo che da sole non avrebbero retto il colpo. Le valutazioni da usurai sui giochi, che poi vengono rivenduti sovrapprezzati, permettono almeno di non svendersi in inutili compravendite, lo stesso dicasi per le opzioni “2 giochi + tot per un gioco nuovo” o “portaci 10 giochi che non siano Fantavision e con soli 99 euro ti porti a casa un Master System”.
Robe da folli, anche per il negoziante più balordo. Che però ha chiuso già da un paio di anni sostituito da un centro massaggi cinese, mentre se era furbo e si comportava da formica invece che da cicala, a quest’ora non si faceva rubare il posto da Gamestop. Che probabilmente sopravviverà per molti anni anche al digital delivery, alla faccia di Sony e PSP Go!




















