Le colpe dei padri ricadono sui figli
Quest’articolo è estratto da Ring 004 e risale al Febbraio del 2003. Ve lo riproponiamo per meriti contenutistici.
La colpa è dei genitori
Una pallottola fa rimbalzare la testa avanti indietro. La seconda sfonda la calotta cranica e gliela scoperchia. La terza passa per il collo, aprendosi una innaturale scorciatoia attraverso il midollo osseo.
No, non sto giocando a Silent Scope, vi sto raccontando l’assassinio di Kennedy, l’omicidio in bianco e nero più controverso nella storia americana, che non ci ha mai dato i colpevoli.
Voglio i loro nomi.
Sapere i nomi è l’unico modo di assegnare meriti e colpe, e io voglio sapere di chi è la colpa. No, non dell’omicidio di Kennedy, sticazzi, io voglio i nomi dei giapponesi. Di sicuro non c’erano quell’assolata giornata di Dallas…..(e comunque, se c’erano, stavano facendo foto) ma non è di quelli che parlo. Voglio i nomi dei giapponesi. Di chi?
Del regista di Luigi Mansion. Del regista di Metroid. Del regista di Zelda.
La colpa è della società
Se io decido di andare al cinema, io che sono fissato, e decido di andarci con gente che non ci capisce un cazzo (cioè con gli amici) la domanda più ricorrente che mi si pone, dopo “come si intitola?”, è “con chi è?”. Badate: non “di chi è?” ma “con chi è?”. Per dire “non importa se un film è di Kubrick, basta che c’è Tom Cruise”.
La cosa mi indispettisce. Ma non mi fa incazzare. Posso capire che persone diverse, abbiano passioni diverse, e che anche nel caso una determinata passione la si condivida, il coinvolgimento sarà sempre numericamente distinto da individuo a individuo. Io ad esempio sono convinto che nessuno possa amare Futurama quanto lo amo io, e se pensate il contrario solo perchè vi siete appena comprati il cofanetto coi dvd, potete fottervi.
No, quello che mi avvita dolorosamente i testicoli sono due cose: 1) il varicocele 2) e quando qualcuno che considera sè stesso un appassionato per un certo argomento, sviscera quello stesso argomento con superficialità e disinteresse: non esiste che dopo 10 anni ancora si definisca Zelda un gioco di Miyamoto. Miyamoto ha curato la regia solo del primo Zelda (Zelda no densetsu, Famicom, 1986), tutti gli altri li ha solo prodotti. Chi ha messo in giro la voce che la serie dedicata a Link è stata tutta opera sua? Di sicuro non è stato Harvey Oswald, perchè è morto prima ancora di potersi fare anche solo una partita a Super Mario.
La colpa è dell’effetto serra
Prima dell’uscita di Zelda – Kaze no Takuto (The Wind Waker), le interviste apparse sui giornali giapponesi non chiamavano mai in causa il debosciato padre di Mario e Luigi, ma facevano anzi spazio al regista del gioco, Eiji Aonuma. In occidente, guardacaso, ogni volta che si parlava del nuovo Zelda, saltava fuori Miyamoto a narrare le meraviglie del “suo” ennesimo capolavoro annunciato, con Aonuma che veniva accreditato in ogni modo possibile (regista dell’ultimo capitolo, regista di tutti, regista di alcuni). Per chi non se ne è ancora fatto ragione, le società di software giapponesi si sono accorte da SECOLI dei mercati occidentali (anche se dovrei dire “quello americano e basta”) e buttano Miyamoto in prima fila perchè quello si aspettano di vedere i suoi fan caucasici.
Aperta parentesi: la fertile immaginazione del nintendaro tipo, che considera la sua adorata casa delle meraviglie come estranea a una mentalità di guadagno, solo perchè il reparto marketing di nonno Yamauchi non è capace di fare centro ogni volta che vorrebbe, vede Miyamoto come una specie di “Papa buono”. D’accordo, ma se è un benefattore vorrei sapere perchè s’è messo a produrre giochi invece di dirigerli. Chiusa la parantesi diffamatoria, diamo sfogo all’obiezione più stupida che si possa muovere ad Aonuma: ha imparato tutto da Miyamoto. E allora?
Questo non implica necessariamente una sudditanza creativa e qualitativa: James Cameron è stato un discepolo fedele di Roger Corman, ma se qualcuno viene a dire che Corman è un regista migliore di Cameron beh, o è un parente di Corman o è un nerd che ha tutta la collezione dei film Troma. Personalmente non so se Aonuma sia meglio di Miyamoto, perchè riesco a giocare Zelda, e a godermelo, mentre non riesco a sopportare per più di dieci secondi di far saltellare un idraulico nano (o un porcospino blu con un espressione tipo “ti ho appena rigato la macchina”, ma questo è un altro discorso) quindi non posso produrmi in paragoni sensati. Però posso facilmente rendermi conto che sono giochi differenti, prodotti che riflettono ciascuno autorialità diverse.
La colpa è degli extra-comunitari
Ma torniamo di nuovo al cinema. Avete mai sentito dire a qualcuno “voglio andare a vedere quel film perchè è della Warner Bros?”. Di sicuro no (perchè se avete detto sì, l’avete fatto solo per dispetto) però sono convinto che vi sarà più volte capitato di sentire di un videogioco “lo compro perchè è Square”, o perchè è Nintendo, o Sony, o Sega. Si sente dire “vado a vedere il nuovo film di Cronenberg”, ma nessuno dice mai “voglio comprare il nuovo gioco di Takashi Kikazzè”. Se si conosce qualche nome O è quello di un autore occidentale O è il solito trio di Qui Quo Qua: Miyamoto – Kojima – Sakaguchi, con Suzuki che fa la parte del figlio di Paperoga. E’ il segnale più clamoroso di una cultura ignorante che, ed è questa la cosa più irritante del mondo della critica ludica, viene perpetrata da ignoranti a uso di ignoranti ORGOGLIOSI della loro ignoranza.
Perchè quei signori che si spacciano per patroni dell’informazione, possono contare su un background travasato dalle cosidette “americhe”, e non di prima mano. La maggior parte dei redattori di videogiochi parlano di titoli giapponesi senza sapere il giapponese, e apprendono quello che sanno da siti, o testi, o riviste, anglosassoni. Nessuno pretende che questi sedicenti opinionisti (non giornalisti perchè loro “si rifiutano di chiamarsi giornalisti se i giornalisti sono gente come Emilio Fede” etc.etc.etc.) si imparino la lingua del paese di provienza di ogni titolo che recensiscono, ma la curiosità, almeno quella, la curiosità devono farsela venire. Perchè l’ignoranza è una malattia venerea: si trasmette con le cazzate; se un redattore americano prende un informazione da una rivista giapponese e la redige approssimativamente, e il redattore italiano traduce l’articolo del giornalista americano riportandola con il suo “inglese” imparato dai brani di Eminem, il risultato definitivo è una pappa di inesattezze.
La colpa è della televisione
Non che le riviste giapponesi facciano di meglio. Solo di recente si è cominciato a dare maggiore risalto agli autori: fino a poco tempo fa a rendere conto della qualità dei giochi, e a prendersi il merito quando ce n’era l’opportunità, erano i produttori, non i registi. Senza contare che riviste di approfondimento “ufficiali” (cioè dedicate espressamente alla critica e all’analisi) non esistono, mentre quelle che popolano le edicole sono assortimenti di pubblicità, guide strategiche, anteprime. Perciò non fraintendete: nessuno sta paventando le qualità esaltanti della critica estera a discapito della nostra, o un’iscrizione in massa a istituti linguistici di tutti i recensori italioti. Tuttavia se altrove c’è il disinteresse per i nomi degli autori, questo non implica che noi ci si debba comportare altrettanto.
Acquisire una propria coscienza critica non significa solo giocare tutti i Resident Evil e tutti i Final Fantasy per poi atteggiarsi a divinità vichinga, significa ANCHE restare seduti e aspettare che scorrano i titoli di coda, mentre quelli delle file dietro raccolgono i cappotti che gli sono caduti a forza di pomiciare, e quelli davanti rimettono in tasca i cellulari che hanno fatto squillare per tutta la durata del film. Un appassionato ha il DOVERE di sapere i Nomi. Lo esige la dignità delle persone che innalzano la qualità di quanto viene comunemente definito “giochetti”, ma che finiscono invece col restare all’ombra di autori, magari geniali, eppure senza la “rabbia giovane” di una volta.
In passato erano rari i lunghi elenchi di ruoli e responsabilità che concludono i prodotti attuali, e va bene, ma al giorno d’oggi non ci sono giustificazioni: come è possibile che non si aspetti l’ultima schermata di Kaze no Takuto per venire a conoscenza dell’identità del responsabile di tanta grazia? hmm, aspetta, forse perchè ormai è diventato utopistico che un gioco si finisca prima di recensirlo? ancora un attimo allora, la nuova generazione di titoli non è quella che fa lamentare tanta gente per la sua durata? cioè i giochi di oggi sono più corti ma non si fa in tempo a finirli prima di redarne una analisi approfondita?
La colpa è di Zio Pino
Troppo facile dire che abbiamo fatto passi avanti dalle recensioni di Console Mania, coi diari del capitano dei redattori e le trame dei giochi giapponesi inventate di sana pianta. La verità è che abbiamo semplicemente scambiato i cazzoni di allora, con i cazzoni di oggi, e non c’è bisogno di essere chirurghi consumati per stabilire che un trapianto simile non ha giovato alcun effetto.
L’unica conquista sensata raggiunta in dieci anni di critica ludica è che, oggi, di nomi possiamo sapere quelli dei recensori, e ci è diventato possibile spedire loro un centinaio di e-mail con virus annesso per aver osato parlare male di Super Mario Sunshine, o bene di Metal Gear Solid 2.
Che dire, è il proverbiale Uovo di Miyamoto.






















