Delle comparse videoludiche…
Ripubblichiamo per meriti contenutistici un pezzo estratto da Babel 002, uscito originariamente nel Febbraio 2008.
Ancor prima che un QA manager, sono un sadico bastardo. Ma capitemi, con tutti i nuovi candidati che mi tocca intervistare, qualche soddisfazione uno se la deve pure togliere, no? No, ovviamente no, sarebbe poco professionale. Non a caso al corso ti sconsigliano categoricamente di mettere a disagio il colloquiante almeno per i primi dieci minuti. Io al secondo minuto ho già chiuso il manuale del perfetto manager e gli sparo a bruciapelo un “Qual è la differenza fra un extra e un tester?”. Al che, fossimo in Italia, riceverei solo sguardi di circostanza perché il candidato si starebbe ancora chiedendo cosa intenda io per ‘extra’. Lo scozzese di questa mattina, invece, ha chiesto solo conferma, giusto per vedere se c’ero o ci facevo. Esatto, le comparse cinematografiche, gli ‘extras’ appunto. E tutto questo con buona pace di quelli che pensavano fosse impossibile resuscitare il tormentone cinema uguale videogioco.
Nessuna, per rispondere alla domanda. A prima vista, se non altro, rappresentano entrambi la casta più bassa di due industrie che non si capisce cosa aspettino ancora a convolare definitivamente a nozze, tanto gli piace convivere assieme. Da una parte la giovane comparsa crede di aver sfondato nel mondo del grande schermo, portare caffè dopo caffè all’ultima bambina prodigio di Hollywood è solo un’occupazione temporanea. Dall’altra il giovane tester crede che correre per delle ore contro un muro, e poi quello accanto, sia un po’ l’equivalente del metti-togli la cera per diventare l’indomani un perfetto game designer.
Perché è a questo che aspirava il candidato questa mattina, inutile che si fosse preparato le cinque ragioni per cui io dovrei dargli una busta paga da tester a fine mese. Adori i videogiochi, non sei un artista, non sai scrivere due righe di codice, che vorresti mai fare? Il game designer, ovviamente, ed eccoti qui a far finta di voler testare giochi, con un piede già fuori dalla porta. Ho detto che sono un sadico bastardo, non ho detto che sono scemo.
Se sfondare nell’industria dei videogiochi è tutto quello che brami, ma nel frattempo è da due ore che stai cercando di riprodurre un memory leak trovato da un qualche tuo collega analfabeta, o troppo scansafatiche per scrivere due righe due di descrizione… beh, lasciatelo dire, hai fatto una bella cazzata. Sveglia, per te il controllo della qualità non è neanche una porta di servizio, è un vicolo cieco. Se vuoi proprio fallire, almeno fallo con stile. Tanto vale, allora, che ti iscrivi a un qualche corso universitario ad hoc – per il massimo effetto provare in Italia – che spendi quattrini anziché guadagnarne, ma almeno torni a casa dalla mamma ogni giorno per pranzo e puoi dire che stai studiando per diventare game designer. Ora che non avete più la leva obbligatoria da voi in Italia, davvero ben poche cose suonano così poco stilose come ‘fare il tester’. Ce ne sarebbe una, fare il beta tester, ma questa è un’altra storia.
Si stava meglio quando si stava peggio, direbbe un giornalista a corto di idee. Avrebbe ragione, però, perché un tempo il controllo della qualità era davvero messo meglio. Non esisteva. Il testing era svolto internamente dalle stesse software house che producevano il gioco, dove però il termine ‘software house’ è qui usato in mancanza di un termine migliore. Erano, invero, quattro gatti che creavano un gioco e invitavano altri quattro gatti per vedere in quanti modi lo riuscissero a rompere. Perché avevano a cuore la customer satisfaction? No, volevano solo che funzionasse.
Essere tester allora significava essere in stretto, strettissimo contatto con il team di sviluppo, significava testare con mano – scusate il gioco di parole – cosa volesse dire creare un videogioco. Da lì a fare parte del team stesso, il passo non era né breve, né scontato, ma era un passo, non un curriculum con salto carpiato oltreoceano. Grazie, outsourcing.
Oggi molte cose sono cambiate, al sottoscritto gliene serve solo una, però, per concludere. Perché la gente guarda all’industria del videogioco e al controllo della qualità, e tutto quello che vede è una sola, unica piramide da scalare. Se solo guardassero più da vicino, vedrebbero che di piramidi ce ne sono ben due. Solo, sono così vicine che si sono confuse per tutti questi anni, e senza dubbio sarà così per altri anni a venire. Voi però smettetela di cercare nuovi ponti, o cunicoli che le colleghino, non ce ne saranno più e quelli che ancora resistono saranno presto insabbiati. Piuttosto, apprezzate questa seconda e così poco stilosa piramide per quello che è, una realistica alternativa al portare caffè dopo caffè all’ultima bambina prodigio di Hollywood.





















