I videogiochi non sono arte

3 mag 2010 di

Ars Ludica

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Parliamo di Videogiochi vi presenta un pezzo di Simone Tagliaferri, dal sito di Ars Ludica.

Normalmente, quando si nega una possibilità in modo categorico, si rende manifesta la paura che la stessa si verifichi o che sia già un dato di fatto. Roger Ebert, critico cinematografico del Chicago Sun-Times, afferma per la seconda volta che i videogiochi non sono arte e lo fa rispondendo a un video messaggio inviatogli da Kellee Santiago, designer e producer di videogiochi che ha fondato thatgamecompany, a cui dobbiamo Flow e Flower, due titoli acquistabili sul PlayStation network.

Il problema dell’artisticità del medium videoludico è nata praticamente con lo stesso e da anni se ne dibatte in modo purtroppo approssimativo, per quanto acceso. Commentando l’articolo di Ebert in molti hanno cercato di rispondere ai punti da lui sollevati commettendo un errore madornale: scendere sul suo stesso campo. Il problema non è tanto quello di capire se Ebert abbia o meno ragione, perché all’interno del suo discorso, ha assolutamente ragione. Non potrebbe essere altrimenti.

Cerchiamo di comprendere con chi abbiamo a che fare: Roger Ebert è un critico colto che ha scritto diversi libri (saggi e altro) e che negli Stati Uniti è una figura piuttosto influente (altrimenti non si spiegherebbero reazioni simili ai suoi articoli). Diciamo quindi che il nostro è in grado di creare un discorso coerente in cui le sue affermazioni sono vere, anche quando sono discutibili. Volerlo attaccare dall’interno della sua logica, senza avere una preparazione adeguata, è come pretendere di conquistare la Cina attaccandola con degli aerei di carta. Il fallimento è sicuro, e infatti sono fallimentari le risposte che il popolo dei videogiocatori ha contrapposto alle sue tesi.

Non è difficile immaginare Ebert che se la ride leggendo commenti di bambinetti sciocchi che cercano di convincerlo di quanto si sbagli chiedendogli di giocare con questo e quell’altro titolo, così come non è difficile immaginare che un critico minimamente preparato possa demolire una definizione d’arte presa da Wikipedia aggiungendo semplicemente un paio di virgole. Quando ci si contrappone sulle definizioni, basta averne una in più dell’avversario per annullarlo. L’arte poi, perché pretendere di definirla? Il critico è cosciente di questa impossibilità e gioca sulle definizioni per mettere in difficoltà gli interlocutori, oppure semplicemente per ridicolizzarli.

Ebert conosce i suoi polli e inizia l’articolo con la foto di un bambinetto occhialuto che si esprime in una smorfia tenendo in mano un joypad, dichiarando di fatto che già conosce la maggior parte delle risposte che arriveranno al suo articolo, inquadrandone gli autori nel modello di un videogiocatore ideale molto standardizzato, ma molto riconoscibile. A questo punto è possibile saltare completamente l’articolo, perché è già intuibile cosa verrà detto. Molto più interessanti sono i commenti degli utenti che, soprattutto quando completamente critici contro l’autore del pezzo, non fanno altro che validarne le tesi.

Perché? In primo luogo perché nella maggior parte dei casi si limitano a fornire tesi banali e approssimative, che fanno parte più di un sentire comune che di una visione culturale precisa. Quando Charlene scrive “popular history has turned hundreds of perfectly conventional artists into rebels simply because they were good”, afferma una banalità più o meno condivisibile, ma assolutamente priva di peso nel discorso. Oppure, quando Wariofart scrive “I disagree, but that is the nature of opinions” non fa che dare forza a Ebert perché nel suo testo apparentemente in antitesi con quello principale, manca completamente un’opinione forte a cui fare riferimento. Gli esempi fattibili sarebbero molti altri tra i più di tremila commenti ricevuti dal pezzo, ma dovrei essere stato abbastanza chiaro.

Entrare in un mondo complesso come quello dell’arte, pretendendo di dire la propria partendo da concetti banali e fini a sé stessi come “l’arte deve emozionare” o “l’arte è pura espressione”, rende di fatto impossibile portare avanti un dialogo che non si trasformi in uno stillicidio. Ognuno di noi può pensare che i videogiochi siano arte o meno, ma non è questo il problema. Il problema, paradossalmente, è proprio quello sollevato da Ebert:

Why are gamers so intensely concerned, anyway, that games be defined as art? Do they require validation? In defending their gaming against parents, spouses, children, partners, co-workers or other critics, do they want to be able to look up from the screen and explain, “I’m studying a great form of art?” Then let them say it, if it makes them happy.

Ovvero, perché è importante arrivare ad affermare la possibilità che i videogiochi siano arte? Per non sembrare degli idioti che passano le ore a fare qualcosa di completamente inutile davanti a uno schermo? Se questo fosse il motivo, allora Ebert avrebbe inesorabilmente ragione e si spiegherebbe anche la debolezza di chi cerca di portare avanti il discorso contrario.

Il problema rimane aperto: come contrapporsi a tesi del genere che, per quanto odiose (ma lecite e stimolanti), sono comunque molto diffuse? Riprendendo la frase che ho scritto all’inizio dell’articolo, direi sviluppando un discorso coerente che sia alternativo a quello di un Ebert qualsiasi e che vada a prendere forza da concetti nuovi e da una visione a trecentosessanta gradi dei videogiochi.
Se non si può o non si vuole seguire una strada del genere, gli Ebert avranno sempre ragione perché la forza delle loro argomentazioni non ha solo una natura intellettuale, ma risiede nella naturale propensione dell’uomo a conservare l’esistente. La verità è che la crisi di certe posizioni è evidente, bisogna soltanto saperla sfruttare e ampliare. La pigrizia e l’inerzia dei videogiocatori è, in tal senso, l’arma migliore a disposizione di qualsiasi critico avverso al medium videoludico.

L’articolo di Roger Ebert: CLICCA.

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  • Taiki Morita 92

    Personalmente trovo l’argomento un po’ difficoltoso da portare avanti, dopotutto è legittimo pensare che una persona non inserita nell’ambiente videoludico possa faticare non poco a capire esattamente il ragionamento di un videogiocatore. 
    La domanda principale che ha posto Ebert è, perché si rende così necessario oggi giorno cercare di legittimare l’arte nei videogiochi? Personalmente posso supporre che che questa avversione alla cosiddetta arte videoludica sia da ricercarsi nelle sue origini; mi spiego meglio, i primi videogiochi di successo della storia erano titoli semplici, studiati per il solo scopo di intrattenere e far divertire il giocatore,(cito titoli del calibro di Pacman, Tetris e Pong) erano cioè videogiochi in senso stretto del termine, dei passatempo e nulla di più e per la loro natura tendente ad alienare i giovani giocatori vennero ritenuti per molto tempo qualcosa di inutile e diseducativo. Il problema cominciò a porsi quando questi “giochi” cominciarono a variare sempre di più nelle forme e nei contenuti, abbiamo potuto assistere alla nascita di capolavori videoludici del calibro di Monkey Island per le avventure grafiche o la serie di Baldur’s gate della Bioware. Il grande problema divenne appunto questo, i giochi stavano cominciando a raccontare storie e a cercare di affermarsi come una realtà vera e propria della quotidianità, cercando di farsi altresì riconoscere dai cosiddetti benpensanti(che fecero parlare di sé anche pochi anni fa, i casi Rule of Rose e Manhunt ad esempio). Penso che il problema generale sia il fatto che un mezzo di svago come i videogiochi siano diventati così seri da cercare di ottenere il riconoscimento come arte stia “spaventando” i critici artistici che ritengono questa attività ancora come qualcosa se non infantile perlomeno troppo commerciale indegna(almeno per il momento) di essere annoverata tra le arti. Si può dire che il genere, almeno a mio avviso, non abbia ancora la maturità necessaria per essere considerato arte nel senso puro del termine, forse un giorno l’opinione comune cambierà facendo dei videogiochi qualcosa di normale nella vita di ognuno come film o libri, ma per il momento toccherà aspettare di vedere l’evolversi della situazione, come per ogni corrente artistica non c’è che da ripetere la frase di manzoniana memoria “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”

  • Francesco F.

    Hai studiato a casa di protagora? Io in questo relativismo esasperato non credo! :)
    Vero è che per parlare di arte del videogioco bisogna avere qualche argomentazione. Personalmente ritengo sia bene il caso di dividere l'intrattenimento dall'arte, cosa che è il caso di fare anche nel cinema. Il problema nel nostro caso è che intrattenimento e arte sono ancora più fortemente legati che nel mondo dellapellicola, e allora non posso convincere nessuno che non ci abbia passato le ore e che non voglia sentirsene almeno parlare.

  • http://smeraldo.tumblr.com/ Luca Smeraldo

    Ottimo, un motivo in più per non perdersi Babel 23!

  • http://www.facebook.com/simone.tagliaferri Simone Tagliaferri

    ci sarà qualcosa in tema su babel 23

  • http://smeraldo.tumblr.com/ Luca Smeraldo

    Bell'articolo Simone, ma tu stai preparando la TUA risposta per Ebert? O non ti interessa?