La seconda regola del Fight Club

2 mag 2010 di

Nero Ludico – 6

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La palestra sotterranea era illuminata da neon vecchi e giallognoli che trasformavano tutte le foto dei combattimenti in un incubo allo zabaione. Il pavimento, di cemento grezzo, era ricoperto da un sottile strato di scatoloni di cartone appiattiti uno sull’altro e da tre grandi materassini azzurri dello spessore di circa un centimetro. Di quelli, per intenderci, che se ci cadevi sopra ti facevi lo stesso un male della madonna.

Il Fight Club di Albano Laziale, un paese non distante da Ariccia, era un’associazione segreta. Il suo leader carismatico, Alan Bucci, si faceva chiamare Durden dai suoi sottoposti in omaggio al celebre libro di Chuck Palahniuk. L’unico, peraltro, che Alan avesse letto. Era stato lui a fondare il Fight Club in quello scantinato dimenticato da Dio, e sempre lui ne aveva modificato le regole. Se la prima era sempre “non parlare mai del Fight Club”, la seconda era che a combattere per davvero erano solo i nuovi arrivati.

Gli altri, i “veterani”, si menavano solo al doppio cabinato di Street Fighter IV che Durden si era procurato direttamente dal Giappone tramite alcuni contatti poco raccomandabili. Unendo due delle sue più grandi passioni, i videogiochi e fare male agli altri, Durden aveva creato un club esclusivo per combattenti senza pietà. Lo scopo ufficiale del Fight Club di Albano Laziale era quello di addestrare legionari per il “Progetto Caciara”, un’azione di stampo terroristico che avrebbe dovuto colpire la Capitale, e più nello specifico il Parlamento, in un imprecisato punto del futuro. Per il momento si limitavano a darsi delle gran sberle in faccia, ma presto, così ripeteva spesso Bucci, il mondo intero avrebbe avuto paura di loro.

Il Troio, il cui soprannome derivava dalla sua passione per le ragazzine incontrate fuori dalle scuole medie, riteneva che l’intento fosse nobile e si era lasciato trascinare nel club da Gianni detto Saponetta (per via della mani sempre sudate).

Saponetta aveva ovviamente infranto la regola numero uno, motivo per cui Durden riteneva opportuno che adesso Gianni e il Troio si menassero.

“Miei discepoli”, disse Durden rivolto ai presenti, “oggi due di noi dovranno dimostrare la loro fedeltà al Fight Club combattendo come verrà deciso dall’Oracolo!”.

Ci fu un breve applauso, uno dal pubblico urlò “Daje!”, poi Durden fece segno di abbassare la voce. “Troio, Saponetta, le regole le sapete, attendiamo insieme la decisione del destino”.

Il Troio guardò Gianni, che gli aveva già anticipato come funzionava la seconda regola del Club, e a denti stretti gli sussurrò un mortacci tua.

Alla doppia postazione di Street Fighter IV si avvicinarono due veterani, nome in codice Geisha e Zio Fester, per sfidarsi in un match all’ultimo sangue. “Troio, tu sarai il campione di Geisha, Saponetta, tu invece sarai il campione dello Zio”, sentenziò Durden. Saponetta abbassò la testa e imprecò. Lo sapevano tutti che Zio Fester era una sega a qualsiasi gioco.

I due sul palco selezionarono i lottatori. Geisha scelse Ken, Zio Fester ripiegò su Blanka.

Lo scontro cominciò, mentre il pubblico osservava incantato la proiezione degli eventi su un telo bianco appeso al soffitto. Geisha si lanciò in avanti: fu una tempesta di Kara Throw, Focus Attack e Shoryuken. Zio Fester era chiuso in un angolo a fare la scossa. Provò la Super, ma mancò clamorosamente il bersaglio. Erano passati 15 secondi e Saponetta gli leggeva già la sconfitta in faccia. Geisha rise a voce alta prima di infilare un Ultra Dragon Punch nello stomaco dell’avversario. Zio Fester spalancò la bocca per un attimo, poi iniziò a battere i pugni sul cabinato e a bestemmiare. Saponetta bestemmiò e basta.

Pochi attimi dopo si accesero le luci. Durden riprese a parlare, rivolto ai due campioni in piedi sui materassini. “Geisha ha vinto, quindi…Troio, sarai tu a picchiare Saponetta proprio come nel match che abbiamo appena visto. Lui dovrà limitarsi ad incassare, o al massimo ad accucciarsi imitando la pessima performance dello Zio. Tutto chiaro?”.

Il Troio guardò Gianni, che era buio in faccia come se gli si fossero aperti due buchi del culo al posto degli occhi. “Mi ci hai portato tu qui, Gianni”, disse infine divertito, sgranchendosi le dita delle mani come un novello Ken Shiro.

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  • http://www.parliamodivideogiochi.it Tommaso De Benetti

    Eheh, questo è deliberatamente scritto con l'ultimo libro di Ammaniti in mente ;)

  • http://smeraldo.tumblr.com/ Luca Smeraldo

    Bellissimo! Sai gatsu, potresti essere il Niccolò Ammaniti del futuro!