Le Disavventure di P.B. Winterbottom

31 mar 2010 di

Puzza di nuovo

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Il trucco per incastrarmi e meritarsi la mia verginità intellettuale ormai l’hanno capito tutti. Disegni un bel 2D grazioso e semplice, in punta di matita e senza grossi eccessi; gli infili un velo di colore leggero, una musichetta orecchiabile e consegni il tutto ad un puzzle game travestito da platform. E hai vinto mezza guerra. Non tutta, che sono pur sempre un signor professionista, ma fosse pure l’ultimo degli Alone in the Dark, ti porteresti a casa quantomeno il mio rispetto.

Le Disavventure di P.B. Winterbottom, da adesso in poi Le Disavventure di P.B. Winterbottom, ché odio gli acronimi, è esattamente quello che chiedo ad un gioco per il Live Arcade: è brillante, è un’idea e veste figo. Prima del videogioco, infatti, c’è uno stile di vita che va premiato e osannato. Gli scenari in bianco e nero, con qualche lontana spruzzata di seppia, sono la giusta ricompensa per anni passati a masticare il design scelto dagli uffici marketing. Deliziosi, d’impatto, curati. L’effetto pellicola rovinata, lo stesso che ti gratta le retine in Bayonetta, è talmente poco accennato da apparire persino credibile.

Winterbottom è un mangiatore di torte, che mi son scordato di dirlo nella recensione.

E Winterbottom, dal canto suo, è il protagonista perfetto per un film degli anni venti. Piccolino, vestito bene, cappello in testa e una personalità che non ha bisogno di codec o cutscene per essere tratteggiata. Un caratterino tutto pepe che le suonerebbe a Jet, protagonista di Fracture, in ogni picchiaduro della storia dei videogiochi. A questo fermo immagine dell’omino in bianco e nero, per il quale verserei due lacrime alla consegna dell’Oscar, va ad aggiungersi un pentagramma di note che grida e festeggia nella mia testa. Una serie di canzoncine maledette da far impazzire i fan di Arisa, sempre al posto giusto e mai tanto invadenti da rovinarsi col passare delle ore.

Dopo tutto questo, Le Disavventure di P.B Winterbottom, è pure un signor gioco, che te lo dico a fare. Dapprima sembra Braid senza il roscio intellettuale, con enigmi a base di tempo e cloni, ma poi le strade si dividono e le idee si fanno più nuove ed entusiasmanti. A differenza del gioiello di Jonathan Blow, però, gli enigmi sono più facilmente leggibili. Winterbottom non ti nasconde gli strumenti per raggiungere la soluzione, anzi, te li suggerisce con qualche livello di riscaldamento, ma ugualmente ti gratifica con una difficoltà nel perfetto limbo tra la passeggiata e la frustrazione. E la soluzione non è mai una, ma più cloni e fantasia sono lì apposta per permettere di giocare a piacimento con lo scenario. Cinque mondi, cinque capolavori a cui vanno ad aggiungersi altre cinque raccolte di puzzle bonus, questi ultimi più esigenti nel richiedere precisione e velocità.

Che le Disavventure di P.B. Winterbottom lo avrei adorato l’ho capito il primo giorno che ho sbirciato una sua fotografia. Perché sono un signor professionista, ma mi vendo con la stessa facilità di una prostituta in tempo di guerra. E pure a sentire le parole dei due giovinetti sbarbatelli dietro al progetto ero certo di non sbagliare.

Perché son belli i videogiochi moderni, pure quando non escono insieme ad un vinile nella confezione, ma tanto hanno bisogno di braccia fresche e menti nuove. E avevano già le mani nel mio portafogli quando mi hanno fatto assaggiare musica e parole in una demo costruita per rubare i soldi dalle tasche. Mi compro un cappello, mi tolgo il cappello. [9]

piattaforma: 360
sviluppatore: the odd gentleman
produttore: 2k play
versione: pal
provenienza: usa

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