Magra da morire
37 anni portati male, autostima al minimo sindacale e troppa cellulite sulle chiappe. Questa in poche parole la vita di Luisa M., che si guadagnava il pane facendo l’impiegata in un Trony alla periferia di Treviso. Passava il tempo fra le scartoffie, cercando escamotage per far quadrare i conti della ditta. Impresa abbastanza improbabile, considerando che il direttore rubava PlayStation e macchine fotografiche per gli amici. Lo sapevano tutti, non erano certo ciechi, solo che aprire bocca sarebbe stata una pessima idea: c’era una crisi nera, un lavoro era pur sempre un lavoro e alla fine che cazzo ci potevi fare.
Il punto più alto della vita di Luisa era stato vincere, quattro anni prima, una crociera sul Mediterraneo con i punti degli yogurt, crociera che tra l’altro era andata di merda a causa del maltempo e di una compagna di viaggio grassa e lagnosa come lei.
Luisa viveva in un piccolo monolocale vicino alla stazione dei treni, dove convogli sferraglianti fischiavano senza ritegno anche alle due di notte. Nel suo letto, fra il sonno e la veglia, non poteva fare a meno di immaginarsi quei figli di puttana nella locomotiva ridere sguaiatamente ogni volta che tiravano la corda o premevano il bottone o qualunque cosa facessero per produrre quell’avvertimento a metà fra una sirena antiatomica e il clacson di un camion.
Il vicino di casa di Luisa si chiamava Mauro. Mauro era un ex-ferroviere sulla cinquantina, sempre abbronzato e con i capelli bianchi alla Sean Connery. Non che gli assomigliasse, ma Luisa se lo faceva piacere. Le loro terrazze erano divise solo da un muretto e diverse volte si erano ritrovati a parlare del più e del meno, fra una sigaretta e un bicchiere di prosecco. Luisa ultimamente beveva un po’ troppo. Aveva scoperto tardivamente le gioie dello spritz, e nel dopo lavoro non era raro che se ne preparasse una caraffa intera. Bicchiere in mano e sprofondata nella poltrona, Luisa passava le sue serate fra un quiz di Canale 5 e una puntata di Striscia la Notizia. La sua vita si trascinava priva di sussulti, ripetitiva come la trama di Beautiful ma con meno amore e molto meno sesso.
Un giorno le capitò di leggere una news sul sito del Corriere della Sera: in America una tizia era riuscita a perdere 50 kg grazie a Wii Fit. Il giorno successivo, in negozio, chiese al ragazzotto palestrato che curava il reparto TV e Videogiochi di mettergliene da parte uno.
Tornata a casa, senza caraffa e combattendo con le istruzioni, montò la prima console della sua vita. Ci mise quasi tre ore, ma per la prima volta in molti mesi provò una strana sensazione di gioia.
Due giorni dopo già aveva creato i Mii di tutti i suoi colleghi, più quello di Mauro, che era un po’ più alto e più giovane di come avrebbe dovuto essere ma a lei piaceva di più così. Altre 24 ore ed era totalmente schiava di Wii Fit. Ogni volta che faceva un piegamento immaginava il suo culone rimpicciolirsi e diventare tonico come una pesca matura, e le sue palpebre davano film in cui lei e Mauro erano attori unici in un mondo senza vestiti. Decise così di passare tutto il suo tempo libero sulla Balance Board.
Tre settimane più tardi aveva perso appena un etto. Delusa, Luisa si domandava se stesse sbagliando qualcosa o se semplicemente il gioco non funzionasse. Un po’ per quello, un po’ per lo stress dell’ufficio, quella sera decise di bersi la sua caraffa di spritz davanti alla TV. Alle dieci, brilla e instabile, zittì Maria De Filippi e tirò fuori dalla sua collezione di dischi Unknown Pleasures dei Joy Division. Con la manopola del volume al massimo, quasi ballando sulla bilancia, accese il Wii e iniziò una sessione notturna a base di Hula Hoop, piegamenti e Free Step.
Scivolò proprio mentre il basso pulsante lasciava spazio a Ian Curtis: “Confusion in her eyes that says it all / She’s lost control / And she’s clinging to the nearest passer by / She’s lost control.”
85 kg di carne si infransero con violenza sul tavolino modello KLINGSBO comprato all’Ikea durante i saldi. Con un suono di frutta marcia che si spiaccica a terra, grosse schegge di vetro le si conficcarono nella nuca soffice, mentre bollette e giornali svolazzavano pacatamente per la stanza. In una pozzanghera appiccicaticcia, Luisa si sforzò di aprire gli occhi. Alcuni attimi dopo si rese conto di averli già aperti, e di non vedere niente se non l’oscurità più buia.




















