E vidi spenta ogni veduta, fuor che de la fiera

11 mar 2010 di

Ars Ludica

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Il problema di Dante’s Inferno non è l’aver toccato un mostro sacro della letteratura italiana e mondiale che, soprattutto in Italia, non ha letto nessuno (o quasi) fino in fondo. Non credo che il valore della Divina Commedia in generale, e dell’Inferno in particolare, venga sminuito dal gioco di EA che, essendo nulla e non valendo niente, verrà dimenticato inesorabilmente. In fondo di giochi dedicati all’inferno di Dante ce ne sono stati altri (come dimenticare Dante’s Inferno per C64? Aveva una colonna sonora bellissima…) e nessuno si è scandalizzato più di tanto. Il vero problema della produzione EA è la stupidità, ovvero l’incapacità di prendere la cantica dantesca e riplasmarla in modo intelligente e creativo, riconoscendo la difficoltà della trasposizione, ma sfruttando l’unicità del medium videoludico in modo meditato e unico.

L’operazione fatta dagli sviluppatori, Visceral Games, che già ci aveva deliziato con la banalità di Dead Space, è stata molto più semplice: prendi Dante e lo trasformi in un crociato (medioevo e crociati stanno sempre bene insieme), trasformi Beatrice in una strappona (l’ideale di donna del maschio occidentale contemporaneo), i nove gironi infernali in un catalogo di brutte illustrazioni fantasy et voilà, hai il tuo bel picchiaduro simil God of War con tanto di citazione colta nel titolo. Dante ammazza la morte, Dante picchia i demoni, Dante spara a caso versi del poema come se il cul che fece trombetta avesse cambiato regione anatomica e fosse diventato la bocca. Beatrice tiene particolarmente a far vedere le tette e il culo.

Insomma, si ha quasi l’impressione che non potendosi confrontare alla pari con l’opera originale, si sia scelta la via dello svacco e delle soluzioni ovvie. Soluzioni a misura di videogiocatori verrebbe da dire (come non notare che la maggior parte dei critici videoludici italiani, citando il testo letterario, non ha azzeccato un termine?) che più di tanto non ci arrivano e che se non ammazzano non comprano.

Minosse decide la sorte degli sviluppatori di Dante’s Inferno

Il diritto di interpretare le opere degli altri presuppone che gli altri abbiano il diritto di interpretare la tua. Se tu prendi l’Inferno di Dante e lo trasformi in un picchiaduro trash, devi accettare che qualcuno contesti la tua scelta. E non è il caso di banalizzare l’argomento con il solito lassismo postmoderno. I problemi generali che nascono in casi del genere sono gli stessi che gli spettatori e i critici fanno emergere quando un’opera letteraria viene ridotta in film. Perché in quei frangenti si bada al linguaggio della traduzione e si vivisezionano le opere per vedere se gli autori della pellicola hanno rispettato lo ‘spirito’ dell’originale, riconoscendo loro comunque la libertà di interpretare, anche di stravolgere in molti casi (vedi Shining di Kubrick), mentre nei videogiochi non frega niente a nessuno? Che senso ha continuare a considerarsi i cugini scemi della cultura mondiale? Fa comodo non uscire dal limbo dell’idiozia in cui siamo stati esiliati ma che non vogliamo lasciare perché in fondo si sta bene?

Perché non riflettere sul fatto che l’industria videoludica non riesce a trovare alternative ai giochi d’azione? Come non ricordare che un’Ultima IV o un King Quest IV vendevano milioni di copie, mentre oggi, nonostante il mercato sia estremamente più ampio, non si riesce a trovare un’alternativa a due / tre generi che hanno tutti la stessa radice? Insomma, perché l’Inferno non poteva essere altro che un picchiaduro senza senso e non si è cercata invece una via alternativa che riuscisse a proporre al giocatore almeno una parte delle tematiche e del fascino del poema dantesco? Il medium videogioco è veramente così inferiore agli altri media da non poter ambire ad altro che a distruggere e a stuprare? Oltretutto risultando ridicolo per il suo prendersi maledettamente sul serio?

L’atteggiamento generale dei videogiocatori è ormai quello della casalinga che passa le giornate davanti al televisore per divagarsi e ritagliarsi qualche sogno a basso costo. Spesso non si capisce se fugge dagli impegni della giornata o se da una vita mostruosa che non si vuole guardare negli occhi. Rimane il tempo passato davanti a trasmissioni sciocche e degradanti che non richiedono altro che l’accettazione e la celebrazione dell’immagine in quanto tale. Che differenza c’è da chi cerca nei videogiochi solo il divertimento a tutti i costi? Non è comunque una forma di gratificazione umorale che non arricchisce e non mette mai in discussione? Che senso ha arrivare in fondo all’Inferno se non c’è un Paradiso verso cui risalire?

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  • DocManhattan

    Gran bell'articolo.
    E no, oggi non c'è alternativa ai giochi d'azione. E' il futuro distopico sognato da Chuck Norris.

    PS
    “come non notare che la maggior parte dei critici videoludici italiani, citando il testo letterario, non ha azzeccato un termine?”.
    Manco EA nella localizzazione, se è per questo. Se i cerchi sono gironi, i gironi saranno?
    A) Cerchi B) Circoli
    C) Club D) Chiedo l'aiuto del 50 e 50

  • http://capitanlkl.blogspot.com/ Capitan Lkl

    Concordo con la sostanza dell'articolo. Il videogioco attuale non ha alcuna ambizione a guadagnare una sua identità, ma preferisce scimmiottare il brutto cinema (forma espressiva più radicata e percepita come seria dallo spettatore comune) sperando di brillare di riflesso. Alla fine, i film brutti vengono bollati come videogiochi, mentre prima erano fumettoni; i videogiochi, invece, tentano di usare modalità narrative proprie di un altro linguaggio.
    Ma questo va bene sia agli sviluppatori che ai videogiocatori: i primi non devono impegnarsi più di tanto, i secondi pure.
    Nello specifico, avrebbero potuto chiamarlo “Gesualdo vs Hell” e non sarebbe cambiato nulla, anzi: moralmente sarebbe stato anche più corretto.