Quanto puoi, tanto osa
Se avessi iniziato a scrivere di videogiochi venti anni fa, forse le cose sarebbero state diverse. Probabilmente qualcuno non avrebbe notato la differenza ma soprattutto sarebbe stato difficile farmi assumere in una redazione inserendo nelle referenze “Attestato di 5° Elementare”. Ma volete mettere l’emozione di scrivere per una rivista nella gloriosa epoca in cui i redattori erano considerati “mitici”? Mica come oggi, dove il povero redattore deve stare sempre più attento a livellare la sua opinione con quella di un pubblico probabilmente più sgamato, ma anche più irritabile.
Venti anni fa, invece, era tutto diverso. Il redattore era una figura mitologica, capace di instillare perle di saggezza nelle piccole menti di noi videogiocatori sbarbati. L’editoria videoludica viveva in un clima di pace e di armonia.
O forse no? A pensarci bene, anche i redattori di allora avevano le loro belle gatte da pelare, tra polemiche con i lettori o con le riviste avversarie, scarsa conoscenza del settore, opinioni strampalate o fuori dal coro.
Non esisteva internet, men che meno forum dove potere scambiare le proprie opinioni, eppure le lamentele non mancavano, sebbene fatte recapitare con l’ormai poco pratica missiva cartacea. Fondamentalmente, è cambiato tutto e niente.
Quante le lettere di protesta per giochi premiati con voti altisonanti e rivelatisi invece delle porcate allucinanti. Di tutte le giustificazioni, le più bislacche erano “provate il gioco prima di acquistarlo” oppure “il gioco è piaciuto solo al redattore che lo ha recensito”. Quest’ultima di una bastardaggine allucinante, tant’è che ai tempi conoscevo più di una persona volenterosa nel dare il proprio “personale saluto” alla redazione dopo aver buttato via centoni per delle vaccate. Oltretutto mi sono sempre chiesto chi diavolo fosse quel negoziante, un santo o semplicemente un deficiente, che scartava il gioco dalla confezione facendotelo provare magari per ore, che quando andavo io da Console Generation, noto negozio di videogiochi a Milano, c’era il titolare Giancarlo che se toccavi la vetrina ti fissava con lo sguardo da sparviero (ciao Giancarlo)!
Potete tranquillamente lamentarvi degli articoli di Babel un secondo dopo la loro uscita sul web, ma volete mettere il gusto della classica letterina tutta disegnata e colorata? Corri, corri postino!
Alcune critiche, con il senno di poi, fanno decisamente sorridere. Nel numero 15 di GamePower un lettore si lamentava della superficialità della recensione di Super Family Tennis, definendo vergognosa la presenza del redattore nelle file della redazione. Dieci anni più tardi, su di un’altra rivista, ritroviamo lo stesso lettore e le stesse accuse. Ma le parti questa volta sono inverse, il lettore nel frattempo è diventato redattore. La rivista è Super Console. Il redattore? Un certo Cangialosi Marcello. Le guerre tra i lettori, schierati per una o per un’altra console, erano già allora all’ordine del giorno…ehm…del mese. E quando la Console War non bastava più? Nessun problema: “Sbatti la Bosnia nella tua Playstation!”. Quelli si che erano veri problemi con i distributori, mica i battibecchi tra Gerstmann ed Eidos.
Era anche più facile gabbare i lettori, le cui nozioni informatiche si fermavano spesso a qualche listato di Basic scritto su Commodore 64. Non era raro che tecno-boiate passassero sotto silenzio, perché incomprensibili ai più, e alcune di queste furono proferite da bocche insospettabili. Un certo Davide “105% a Toshinden” Soliani, affermava nella recensione di Daytona USA per Saturn, che l’aliasing fosse causato dalla mancanza di poligoni piuttosto che dalla scarsa risoluzione (e all’ovvia mancanza di tecniche per ridurlo). Sì, quel Davide Soliani Game Designer in Ubisoft Montreal, da dove sarebbe licenziato all’istante se fosse divulgata questa “oscura” vicende del suo passato.
Come non dimenticare infine predizioni futuribili, (im)pietose sentenze, rivelatesi in seguito delle ultime parole famose da antologia? Se su C+VG Paolo Cardillo aveva dubbi sulla possibilità di successo di un certo Perfect Eleven perché i Giapponesi, a suo dire, ne capivano poco di calcio, il collega Simone Crosignani non si fece problemi a stroncarlo impietosamente. Fortunatamente si riscatterà scrivendo un illuminante articolo sul futuro del Gameboy e progenie.
L’era dei redattori “mitici” è finita da un pezzo, i redattori di oggi al massimo sono “malfidati”. Ok, tutto sommato la situazione non è ancora così tragica: se il lettore medio si è fatto furbo, anche il redattore medio nel frattempo si è digi-evoluto in competenze. Chissà se però, alla fine, sarà rimasta un po’ di gloria anche per noi redattori un po’ meno mitici del domani.
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