It’s the end of the world
Talmente tante sono le rappresentazioni della fine del mondo a cui libri, film e giochi ci hanno sottoposto nel corso degli anni, che quando l’apocalisse arriverà c’è il rischio concreto di rimanere delusi.
“Viviamo in tempi interessanti,” disse una volta un saggio, ed effettivamente aprire i balconi di mattina per vedere cieli cremisi che vomitano angeli vestiti in possenti esoscheletri corazzati sarebbe lo show finale a cui ogni buon nerd dovrebbe aspirare.
Facile invece che si vada a finire con un’improvviso sussulto del Sole e morta lì. Comunque vada, l’avevamo previsto. Ci sono fini del mondo post-atomiche, quelle in cui non si riesce più a ricaricare l’iPhone, alcune 20.000 leghe sotto il mare, altre ancora senza scorte di Pringles, persino conclusioni che non fanno il botto e preferiscono sussurrare. Sarà meno eccitante esserci? Probabilmente no.
Non è detto che qualcosa di già visto e già sentito sia per forza di cose anche di una noia mortale, e questo vale tanto per la fine del mondo quanto per i giochi con cui inganniamo l’attesa. Darksiders ne è un perfetto esempio: inventa qualcosa di nuovo? Sicuramente no. Ripropone concetti che sappiamo già funzionare in una formula avvincente? Certo, ed è meglio di quel che sarebbe lecito aspettarsi. Del resto, tanti furti tutti assieme non si erano mai visti, e dare al titolo una parvenza di omogeneità deve essere stato un lavoro di taglia e cuci non trascurabile. Non che sia una pratica del tutto nuova: l’anno scorso un altro titolo ha appassionato pubblico e critica con caratteristiche non dissimili, quel Batman Arkham Asylum che da improbabile rappresentate dell’infame genere tie in si è per molti rivelato fra le migliori esperienze videoludiche del 2009.
Detto fuori dai denti: non abbiamo sempre e comunque bisogno di essere stupiti con rivoluzioni copernicane, e tutto sommato la zombie apocalypse a me non è ancora venuta a noia.





















