Little Computer People
L’uomo con la sigaretta viveva, o lavorava — questo non si era mai capito —, all’ultimo piano del palazzo di fronte al suo. Indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, questo tizio usciva puntualmente sulla terrazza una volta ogni ora, dalle otto di mattina fino a notte inoltrata. Gli era capitato di scorgere la brace arancione illuminarsi seguendo il ritmo delle boccate anche alle undici di sera, spesso più tardi. Il problema era che questo tizio, il cui nome anche dopo due anni continuava ad ignorare, aveva una visuale perfetta di tutti i 16 metri quadrati della sua piccola stanza da poveraccio. Il posizionamento della finestra non aiutava: un’unica, enorme vetrata con visuale sulla strada sei piani più sotto. Quando le tende non erano chiuse, scrutatori occasionali potevano osservare dall’altro edificio tutto quello che Diego faceva. Ce n’erano stati altri ovviamente, gente che veniva, fumava una paglia e non tornava mai più. L’uomo con la sigaretta invece era sempre lì, con l’esclusione di alcuni weekend.
All’inizio aveva deciso di ignorarlo. Poi aveva avuto una fase muori di cancro ai polmoni e levati dalle palle. Anche il sollievo delle ingiurie a denti stretti si era però logorato nel tempo, mese dopo mese, mentre Diego si sentiva ogni giorno di più come un prigioniero costretto a partecipare a una perversa versione del Grande Fratello.
L’uomo con la sigaretta conosceva le sue abitudini, l’aveva visto uscire dalla doccia senza vestiti, o quando con la sua ragazza maldestramente si attaccavano alle tende nel tentativo di mascherare il fatto che stessero scopando. Sapeva quando si svegliava, quando andava a letto, quando era a casa e quando la sua stanza rimaneva vuota. Se fosse un ladro mi avrebbe già rubato tutto, si trovò spesso a pensare. L’uomo con la sigaretta non salutava e non faceva cenni con il capo. Stava semplicemente lì, lo osservava come se fosse il protagonista di Little Computer People e, dopo aver buttato il mozzicone a terra, tornava ai suoi affari. Diego si sentiva ogni giorno più paranoico. Forse mi spia, pensava, Forse vende informazioni su di me. Chissà cosa pensa quando mi vede passare tutto quel tempo al computer o con in mano un pad, che sono un nerd, un disoccupato, un asociale.
Diego girava film mentali dove lo vedeva ridere di lui con gli amici e non riusciva a sopportarlo. Poi ebbe un’idea.
Non era buona come quella di comprare un fucile da softair e sparargli mentre cercava l’accendino, ma poteva funzionare. Rovistò nell’armadio e tirò fuori la sua Canon EOS, chiuse le tende e montò il teleobiettivo, un 72-300 Tamron che aveva preso usato a metà prezzo. Si appostò per una quarantina di minuti e quando lo vide mettere piede sulla terrazza gli scattò un paio di primi piani.
Scelse la foto migliore, la ridimensionò al computer e ritagliò una stampa a misura di francobollo, dopodiché prese il pupazzo che aveva sulla scrivania e, con del nastro adesivo, si premurò di far aderire il primo piano alla faccia di pezza. Frugò in un cassetto, prese la scatola degli aghi che gli aveva regalato sua madre per rammendare i jeans e tornò alla finestra.
Scostò le tende. Era ancora lì, intento a fumarsi una seconda sigaretta. I loro occhi si incrociarono per un istante, e per la prima volta l’uomo dall’altra parte della strada inarcò le sopracciglia come ad indicare un leggero stupore. Lo vide abbassare il mozzicone in attesa di vedere cosa sarebbe successo. Diego guardò la foto incollata sul pupazzo. “Mi dispiace Sackboy” disse appena prima di conficcargli nella testa tutti gli spilli che teneva in mano.




















