Ars Ludica
Voti voti voti. Possibile che dopo decenni di storia dei videogiochi dobbiamo ancora parlare di voti?
A scuola li odiamo, ma quando parliamo di videogiochi non possiamo farne a meno. A cosa ci servono i voti? Dopo attente meditazioni e qualche birra di troppo ne ho dedotto che abbiano come unico fine quello di misurare la nostra appartenenza al genere umano. Il nostro io smisurato, sottosviluppato e malaticcio non riesce a concepire che nel mondo emerso qualcuno esperisca e riesca a giustificare un voto diverso da quello che abbiamo nella nostra testa, spesso prima di aver provato il gioco (quante splendide discussioni ho letto sui forum in cui si parlava di che voto dare a giochi ancora non usciti? Il bello è che l’atmosfera era di acceso dibattito sul nulla).
Come diceva Carmelo Bene le parole sono cazzate, figurarsi quindi i numeri. I voti sono la feccia del mondo dei videogiochi e trasformano in feccia ogni discorso intorno ad essi. Sono la molla principale dei tentativi di corruzione, delle strategie di distribuzione del materiale per la stampa, degli accordi per le copertine e via di questo passo, ma sono anche un’inutile sovrastruttura e non hanno alcun valore, siano essi un dieci o un uno.
Eppure tutto gli ruota intorno perché sono la semplificazione estrema, l’unico dato che spesso il lettore capisce e cerca… anzi, che brama come il marinaio brama la luce di un faro.
Di Edge vengono riportati i voti, di Famitsu vengono riportati i voti, Metacritic è diventato il più autorevole sito di critica videoludica e gli utenti si tirano addosso le medie voto come fossero mutande sporche. Mai nessuno che si preoccupi di leggere. Mai nessuno che si preoccupi di capire che due critiche che sembrano in netto dissenso reciproco possono convivere e, paradossalmente, possono essere entrambe valide. Non tirerei in ballo i punti di vista perché spesso quelli che parlano non hanno alcun punto di vista, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che molte delle polemiche sui voti nascono da lettori che i giochi non li hanno ancora provati.
Il problema è che fa piacere sentirsi parte di una massa, a prescindere. Il videogioco spesso non viene vissuto come un fatto privato, ma come un evento collettivo individualizzato, in cui il singolo tende a cercare di far corrispondere la sua esperienza a quella degli altri o, di contrasto, a dissentire completamente dall’opinione generale. In entrambi i casi non viene messa in campo nessuna capacità critica, ma si reagisce in senso umorale al fatto sociale costruito dal fluire dei testi che nei mesi hanno preparato la pubblicazione. L’importante non è il gioco, ma l’evento.
Ovviamente i partiti in campo percepiscono le dissonanze come degli attacchi personali, non riuscendo a concepirle come presenze naturali nel tessuto di quella sottocategoria della società che chiamiamo videogiocatori. L’utente che partecipa all’evento entra in una logica rituale che non ammette che la preghiera. È la cessazione di ogni dialogo. Il voto è l’osanna che non riassume più il bello e il brutto, ma diventa il simbolo del grado di appartenenza di chi lo esprime e della compattezza che viene ricercata in chi legge. I discorsi estetici decadono. Al massimo si tira in ballo il divertimento che, essendo un dato effimero, non è smentibile. L’ottusità diventa sistema e gli unici pensieri che si riescono a esprimere ruotano intorno a quel dannato numeretto e alla sua vicinanza al pensare medio.
È difficile che un lettore accetti un giudizio critico, perché nel momento in cui si applica l’intelligenza analitica lo si costringe a un confronto su termini che non hanno nulla a che vedere con il gusto e il voto stesso. L’uscita dalla comoda sfera del soggettivo imbarbarito crea la crisi e l’ottuso risponde alla crisi con la violenza. Verbale in questo caso, ma spesso altrettanto accesa di quella fisica. Il primo tentativo di interazione non è la richiesta di chiarimenti o l’esposizione di una posizione alternativa, ma la delegittimazione del giudizio altrui ricorrendo ad alcuni artifici retorici di largo consumo come: “lo hanno comprato in milioni” (in molti dimenticano che secondo il Nuovo Testamento Cristo venne crocifisso a larga maggioranza di votanti) o “il recensore non capisce nulla di videogiochi”.
Il fine non è quello di esprimere un’opinione o di parlare del gioco. Si mira invece alla distruzione di chi scrive additandolo in modo negativo alla ricerca dell’abiura. Insomma, si cerca di scatenargli addosso un vero e proprio pestaggio che lo riporti alla retta via o lo elimini definitivamente.
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