Metal Gear Solid Philanthropy
Quando un’opera così largamente attesa si rende infine disponibile, è sempre molto difficile apprezzarla e giudicarla con serenità. Non si tratta, banalmente, di essere vittime dell’hype. Piuttosto è evidente la difficoltà di capire, in sostanza, quanto la suddetta opera ci sia piaciuta, quanto dipenda dalla sua oggettiva validità e quanto invece dall’affetto che, negli anni, è nato tra lei e noi, mentre pazientemente l’attendevamo.
Complicherebbe le cose, poi, l’essere fan della saga videoludica cui Philanthropy si ispira, con il gioco di aspettative e pretese di fedeltà all’opera originale che ciò implicherebbe. Ma da questo punto di vista possiamo ritenerci immacolati, pur apprezzando l’opera di Kojima e riconoscendone in buona parte i meriti.
Dunque, in che modo approcciare Philanthropy per comprenderne il valore reale, inevitabilmente legato al nostro gusto, ma in maniera disinteressata? Ci viene in mente la via più semplice. Ci viene in mente di guardare a Philanthropy come ad un film di fantascienza italiano. Partiamo da qui, da questa prospettiva, quella più libera da pregiudizi.
In tale luce, e dopo la terza visione, Philanthropy è un film assolutamente apprezzabile. Un film inatteso, insperato in un cinematografia che ha lasciato il discorso sci-fi sospeso nella vacuità di Nirvana di Salvatores, dodici anni fa. È un film italiano – ma che guarda al mondo intero, nascendo in inglese – basato su un universo narrativo che appartiene ad altri, ma in grado di esprimere con forza il proprio carattere, evidente nella scrittura, nel ritmo, nelle scelte di regia e in quelle di montaggio. Un film che pur nella sua povertà di mezzi sa porsi alla pari, nella sostanza cinematografica, di produzioni di ben altro budget. Un film forte di una direzione consapevole, che assimila il linguaggio del cinema action americano (Mann e Scott in primis) cogliendone l’essenza in una visione personale e valida.
Tutto ciò, per lo meno, è vero se si considera la seconda metà del film, in particolare le sequenze conclusive. Per tutto il resto, il discorso si fa più complesso. Ed ecco che, inevitabilmente, il nostro proposito di analizzare il film senza riferimento alla sua natura amatoriale cozza con una serie di limiti, che sarebbe ingiusto attribuire a mancanze di regia o sceneggiatura.
Un film di fantascienza costato poche migliaia di euro, di questa caratura, è già di per sé un miracolo. Ma ciò comporta accettare una serie di tare che la mancanza di fondi rende inevitabili, e che soltanto tenendo a mente l’amatorialità del progetto si possono tralasciare. In particolare, è evidente l’imperfetto processo di cooptazione tramite cui oggetti quotidiani (come un attrezzo per gli addominali) sono divenuti dispositivi tecnologici non troppo convincenti. In maniera simile, i luoghi scelti per rappresentare le foreste e le vallate dell’Azerbaijan tradiscono la loro ben più modesta estensione, costringendo – ci pare – la regia a stringere troppo i campi nella speranza che l’illusione sia convincente. Non sempre è così, nonostante l’eccellente computer grafica – sbalorditiva, per essere realizzata a costo zero – svolga bene il proprio compito.
Si tratta di elementi generalmente trascurabili, ma che in determinati casi lasciano l’amaro in bocca. Valga un facile esempio. Snake viene lanciato da un aereo a bordo di una capsula a reazione. Da un’inquadratura all’altra questa svanisce, e ci viene mostrato il protagonista in fase di atterraggio col paracadute già aperto. Ora, si tratta di un raccordo che il montaggio sembra essersi perso per strada. Probabilmente dipende da fattori necessari, ma il sospetto è che si sia voluto tenere ad ogni costo un elemento spettacolarizzante (la capsula) invece di trovare un modo perché fosse rispettata una regola generale di montaggio, che deve – a parere di chi scrive – sempre e comunque avere la priorità.
Ma tutto ciò non incide troppo sulla qualità del film, né sul nostro soggettivo rapporto con esso. Come già si accennava, le incertezze di regia e montaggio riguardano unicamente la prima parte del film. L’incedere della trama va di pari passo con l’accumulo di esperienza e consapevolezza di regista e troupe. L’ultima mezz’ora di Philanthropy è finalmente cinema, senza riserve, fatti salvi gli ineludibili limiti di budget.
Dall’arrivo a Imeret in poi, Philanthropy cessa di essere ‘solo’ una produzione amatoriale sorprendente e diventa un ottimo film di fantascienza. Il debito con Black Hawk Down e la regia sanguigna di Ridley Scott è evidente, ma tale è pure la personalità di un regista capace, alla sua prima prova vera e propria, di coniugare spettacolarità e leggibilità dell’azione con l’intuizione del vero autore. Chi scrive ha particolarmente apprezzato l’incontro col primo Metal Gear Pretorian da una prospettiva squisitamente estetica, ed è stato conquistato dalla furia chirurgica delle seguenti scene d’azione, per il concerto mirabile di scenografia, regia e tecnica cinematografica. Philanthropy è un crescendo di emozioni in primis perché mostra un talento che prende forma, scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura, culminando nella classica ‘battaglia finale’. Il talento di un uomo che per sessanta minuti sfida i mulini a vento e che alla fine li distrugge a colpi di RPG.
Per quanto riguarda la sceneggiatura, va detto che Overnight nation è solo la prima parte di una trilogia (che, purtroppo, non ci è dato di sapere quando e se verrà conclusa). In quanto tale, si prende il giusto tempo per ‘introdurre’ tematiche e intrecci che saranno approfonditi nei seguenti episodi, lasciando lo spettatore con domande e aspettative piuttosto che saziarlo con rivelazioni e plot twist. Ma difficilmente si poteva fare di meglio, in questo senso. Il lungo briefing a inizio film è già un miracolo per sintesi e chiarezza; il viaggio di Snake attraverso le terre al confine tra Armenia e Azerbaijan (durante il quale incontra i suoi nuovi ‘colleghi’ Leclerc e Disgrace) e l’arrivo a Imeret sono sceneggiati alla perfezione, senza punti morti né troppa fretta. Il cliffhanger, alla fine, è un prezzo tutto sommato accettabile.
Meriterebbero un discorso più approfondito le splendide musiche di Daniel James, tra cui spicca l’eccezionale ending theme Will there be an end, cantata da Aoife Ferry, e le performance attoriali dei vari protagonisti, certo non professionali ma di livello più che apprezzabile. Così come si potrebbe parlare a lungo degli splendidi titoli di testa o dell’ottimo lavoro svolto in fase di doppiaggio. Ma preferiamo fermarci qui, tributando un ultimo omaggio a Giacomo Talamini e al suo lavoro. Anche se il desiderio di assistere alla conclusione della saga è forte, il nostro augurio è che lui e Hive Division possano quanto prima lavorare su proprietà intellettuali proprie e con l’aiuto di qualche lungimirante investitore. Anche se dovesse significare dire addio alla vecchia Italia, dove il cinema vero è ormai una merce rara.
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