Pig Tiger
Tiger Woods era un uomo felice. Sportivo di successo (però lo sport era il golf), 100 milioni di dollari l’anno di sponsorizzazioni, belle auto, bella vita, bella moglie, un 360 comprato al lancio e mai un LED rosso, tutti i DVD dei Cesaroni e una dozzina di amanti da sturbo nell’armadio. “Troppo culo, Tiger. Te lo dovevi aspettare, fratello!”
Un giorno, in circostanze ancora da chiarire, lo ritrovano schiantato da qualche parte vicino casa. Sulle prime si parla di incidente, due secondi dopo l’incidente assume la forma di una moglie tradita che lo inseguiva con una clava d’acciaio. La gente è cattiva e mormora, i TG impazzano, David Letterman si lecca i baffi e in poche settimane il poveretto smette di giocare a golf, di sponsorizzare, ma soprattutto di scopare.
Mentre ogni società cerca di liberarsi dell’immagine più scomoda degli Stati Uniti (gli americani son strani, amano i pompini come tutti noi, ma sono infastiditi dalle macchie), un solo uomo rimane al suo fianco: Peter Moore. Quel Peter Moore, quell’ometto simpatico che si tatuava Halo e Sony Merda sul palco dell’E3. Tiger è un grande atleta bla bla bla, gli vogliamo sempre bene bla bla bla, la nostra è una relazione fondata sul golf bla bla bla, Tiger Woods PGA Tour Online uscirà regolarmente nei negozi.
Probabilmente Peter è l’unico che non ha una clausola nel contratto per svignarsela, ma questo non ce lo dirà mai. Più del gioco, però, che dovrebbe essere gratuito all’inizio e a pagamento poi, mi interessa lo strano rapporto tra i videogiochi e le sue puttane. Esiste un altro settore dove l’importanza del prodotti è inferiore a quella dei suoi testimonial? Madden, Tom Clancy, McRae e mille altri sono ancora così importanti per vendere videogiochi o sarebbe meglio darsi un nome ed un cognome proprio?
Link: http://it.reuters.com/article/internetNews/idITMIE60404820100105





















