Poteva essere un attentato
Benedetta Parodi era una bella donna. Gli stava comunque sul cazzo, ma fingersi frocio, quello no. Così almeno pensava il Cinese mentre fumava la sua sigaretta sul tetto del palazzo. Lo chiamavano in quel modo per via degli occhi vagamente porcini e le maniglie dell’amore da cattivo shaolin. Non era male come soprannome, anche se per un periodo aveva cercato di farsi chiamare Tong-Po — quello per capirci che riempie le colonne di ginocchiate nel film con Van Damme. Fra i suoi amici non aveva attecchito, quindi il Cinese fu.
Faceva freddo ed era pure buio. Qualcuno aveva dimenticato delle lenzuola stese ad asciugare dall’estate precedente, che ora sventolavano appesantite dallo sporco e dal ghiaccio. Il Cinese le osservava affascinato mentre le luci arancioni dei lampioni le illuminavano da dietro. Sorrise nervoso sapendo che nessuno si sarebbe aspettato niente da un ciccione che passa il suo tempo nei forum a discutere di JRPG.
Spense il mozzicone sotto una scarpa e si avvicinò al parapetto. Davanti a lui gli uffici Mediaset, come tanti piccoli tetramini trasparenti, brulicavano di giornalisti e operatori. Guardò l’orologio. L’edizione serale di Studio Aperto era appena finita. Si accese un’altra sigaretta e poi si inginocchiò sulla custodia della chitarra per cercare il binocolo. Lo trovò sotto all’altra roba. Tornato alla ringhiera si mise a controllare finestra per finestra. Mezza sigaretta dopo e con gli occhi che lacrimavano per il fumo, il Cinese la vide. Benedetta era uscita dallo studio di registrazione nel corridoio che porta al piano inferiore e si stava infilando la giacca.
Il Cinese buttò il binocolo a terra e iniziò a spogliarsi. Il sudore sulla pelle di cui era impregnata la felpa che si era appena sfilato si trasformava in vapore non appena a contatto con l’aria. La gettò pesantemente sul cemento in una palla bagnata. Rimase a torso nudo per qualche secondo, rimirandosi i rotoli di ciccia con affetto, poi scrollò le spalle e si rimise a frugare nella custodia. Ne tirò fuori una maglietta nera che si era addobbato da solo con la Epson che aveva in camera. I caratteri trasferibili bianchi dicevano: “Tanto valeva darvi una ragione per parlar male di me.” Stirò le pieghe come meglio poteva e poi tornò nuovamente alla custodia.
Avere un padre appassionato di caccia sportiva aveva i suoi vantaggi, uno dei quali era avere accesso ai suoi armadi dei fucili. Strinse la canna d’acciaio Böhler del Selous Express con rispetto: era un’arma bellissima. Fine incisione firmata, tabacchiera con mirino di ricambio, codolo superiore extralungo, legni trattati con l’olio. Si assicurò che l’arma fosse carica, poi tornò in direzione degli studi. Trovò Benedetta all’uscita del palazzo, la vide incamminarsi su un lato della strada mentre discuteva al telefono con qualcuno. Le inquadrò la testa nel mirino. “Colpa dei videogiochi violenti,” disse.




















