Per passione, dal 1986

17 ott 2009 di

Per passione, dal 1986

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Ricordate il mio precendete articolo sulle vecchie riviste di videogiochi (Babel 011) dove parlavo della Maggia, rigorosamente con due ‘g’, del mondo videoludico raccontata attraverso le riviste specializzate e della romantica Era dei ‘Redattori Mittici’, rigorosamente con due ‘t’? Se non lo ricordate pazienza, tanto erano tutte cazzate. I redattori non sono mitici per nulla, le redazioni sono composte da persone, ed è naturale che tra colleghi ci sia quello con cui si simpatizza, come quello che vorresti far passare attraverso le grate della finestra dell’ufficio. D’altronde le dinamiche lavorative sono sempre le stesse, la realtà è ben diversa per quanto si tenda a mitizzarla. Ma venire a sapere, perché te lo sbattono in faccia, che non ci sono ‘care redazioni’ ne ‘mitici redattori’ è un po’ come scoprire al Veglione di Natale che Babbo Natale non esiste. Che poi io, a Babbo Natale, non ci ho mai davvero creduto.

Se non seguite l’ambiente in maniera superficiale saprete sicuramente cosa sta accadendo ultimamente attorno all’editoria videoludica. Se non lo sapete vi faccio un piccolo riassunto.

A fine settembre un post sul blog di Mattia “Zave” Ravanelli (zzavettoni.wordpress.com), ex Deputy Editor (qualunque cosa significhi) di Nintendo Rivista Ufficiale, denuncia comportamenti poco chiari relativi alla gestione di GamePro, magazine che ha preso il posto di Videogiochi quando quest’ultima ha chiuso. Si parla di budget stanziati insufficienti a coprire l’intera lavorazione e viene presentata la testimonianza di Alessandro Mucchi, ex collaboratore della rivista, che sostiene di essere stato sotto-pagato. Tra i commenti poco sotto, partono subito una serie di accuse, dapprima a Marco Accordi Rickards, ex direttore di GamePro, poi a Idra, service editoriale che si è occupata di redarre la rivista, e dopo a macchia d’olio all’intera editoria videoludica. Intervengono nella discussione numerose penne storiche dell’editoria tra tra cui Andrea “Gorman” Minini Saldini, ex direttore di Videogiochi, Marco Auletta, Stefano Silvestro, Claudio Todeschini. Volano critiche, insulti, hadouken e shoryuken. Tutti accusano tutti: si accusano gli editori, rei di non supportare adeguatamente il settore con fondi sufficienti a mantenere una rivista non mainstream; si accusano i service editoriali e la loro politica di offerte economiche al ribasso che finisco per abbassare il livello qualitativo generale; si accusano i direttori che sfruttavano, o sapevano, o meglio che non spifferavano; si accusano gli stessi collaboratori che, accettando proposte al limite della legalità, non fanno altro che alimentare il problema.

Sono ormai troppo vecchio per lasciarmi scandalizzare da cose simili, ma immagino che se avessi letto una cosa del genere 10 anni mi sarebbe dispiaciuto non poco. Ma anche allora non è che le cose fossero diverse. Si diceva che […], si raccontava che […], quello faceva così […], quello faceva colà […]. Mai nulla di eclatante, per carità, solo che ai tempi non esisteva la cassa di risonanza che è Internet.

La questione ruota fondamentalmente attorno alle disponibilità economiche. Tutti concordano che ai tempi d’oro delle riviste, per intenderci quelli in cui usciva una nuova rivista PlayStation-only ogni settimana, sono finiti e i soldi che girano attualmente sono di meno. Tutti sono d’accordo che l’online ha ri-delienato ogni aspetto della gestione economica delle realtà editoriali, cartacee e non, e che bisogna affrontare ogni nuovo progetto editoriale in maniera differente. Ma come al solito c’è chi affronta il problema con un approccio imprenditoriale, c’è chi casca dal pero credendo che per scrivere di videogiochi basta essere appassionati. Perché se è vero che il primo direttore o redattore di qualche rivista potrebbe smentirmi dicendo: “No, noi abbiamo diritto a 150 euro ad articolo, 2 segretarie in topless e cartelle per le firme in pelle umana di extracomunitario”, sento anche di progetti da mandare avanti per ‘passione’ o con pochi soldi perché c’è grossa crisi e il mercato è quello che è. Peccato, però, che con la ‘passione’ e/o con 20-30 euro ad articolo non ci si riempie lo stomaco, e chi volesse fare della passione un lavoro è meglio che si metta l’anima in pace perché al massimo potrebbe pensare a scrivere di videogiochi come secondo lavoro.

Non esiste nessun obbligo a realizzare progetti di videogiochi se non ci sono i mezzi, e non trovo affatto sensato affermare che sia meglio mandare avanti riviste alla ‘bell’emmeglio’, piuttosto che poche riviste che danno poca visibilità al settore. Il tempo del publisher/distributore che regala il giochino in cambio di una recensione (magari a favore) è finito da un pezzo, chi ha voglia di fare le cose seriamente faccia davvero le cose seriamente, perché altrimenti non danneggia solo se stesso, ma finisce per danneggiare l’intera categoria. Che, a quanto pare, vedendo a che punto si è arrivati, è maturata meno di quanto abbia fatto pensare fino ad ora.

Vabbè, io nel frattempo torno a scrivere la mia recensione di Need 4 Speed: Shift che trovate nel numero 018 di Babel. Per passione. E gratis.

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