Wet
Esistono due tipi di giochi pessimi: quelli pessimi e quelli solo pessimi. Capire la sottile differenza non è semplice, non per degli sfigati che passano tutto il loro tempo libero con i videogiochi come voi, ma fate pure un fischio dalle mie parti se vi riesce.
Wet, neanche a dirlo, è un gioco pessimo, ma con tanta faccia da culo da risultare persino simpatico… ogni tanto. Il gioco prova a fare tre cose in sei ore (forse 8?) di frenetica azione: sparare a musi gialli, sparare a musi gialli in auto e sparare a musi gialli verniciati di nero. Incredibile a dirsi, gli riesce male tutto o quasi. Sparare non è divertente, non lo è all’inizio e lo è poco alla fine del gioco.
Quello che manca a Wet, è proprio la sensazione di bagnato che colpisce i giocatori quando infilano un head shot, quel piacere nel vedere una testa in fiamme, quel bollore nelle vene di fronte a un corpo pupazzoso che si schianta in terra. I proiettili del gioco non hanno un peso specifico, si ammucchiano sui corpi nemici senza dare mai l’impressione di far male. Si dovrebbe capire quando hai colpito la zona tra il sopracciglio destro e l’attaccatura dei capelli. Invece no, non lo capisci fino a quando non hai già infierito troppo sulla salma inanimata del nemico.
A peggiorare le cose ci si mette una struttura medioevale dell’avventura. Rubi (a chi viene in mente Rudy dei Robinson quando legge questo nome?) corre e va per qualche corridoio, poi raggiunge un grosso stanzone e lì, prima ancora che uccidere i nemici, deve chiudere saracinesche per impedire ai buzzurri di tornare. A peggiorare davvero le cose, però, ci si mette la voglia matta dei programmatori di sembrare belli e simpatici. L’unico modo di liberarsi della marmaglia è attraverso l’uso costante e esagerato di rallenty mode a manetta. Ogni salto, ogni scivolata, ogni corsa sui muri attiva un tempo rallentato che concede uccisioni multiple e spettacolari. Bello la prima volta, bello la seconda, a centoventimilioni quasi non ci credo che non si sia pensato ad altro.
Stessi problemi per le (poche) sezioni con automobili. Non si capisce qual è l’obiettivo principale, non si capisce quando si fa male ai nemici, non si capisce se sta andando tutto bene, ma nel frattempo Rubi salta come un grillo con un concessionario che le frulla sopra la testa. Il cerchio si chiude con un Killer 7 mode, mi dicono ispirato a Kill Bill, che manca di personalità per farsi ricordare e di un’idea ludica per non essere una chiavica. Considerando che tra pistole e cannoni bombardieri passa pure poca differenza, è un bene che la spada sia l’arma più potente del gioco. Il bello di Wet, per così dire, è che tutto questo lo capisci al quarto minuto della prima ora di gioco, ovvero appena ha finito di mostrare tutto quello che ha da offrire.
Vorrei aver finito, ma adesso arriva il bello. Wet canna il suo ultimo provino quando si veste da Mario e si mette a fare il platform. Grazie ai perfettissimi controlli indegni della protagonista, infatti, le sezioni saltellanti sfiorano il ridicolo. Sembrano ancor più alcolizzate se le usi per insegnare a sparare con armi nuove. Sembrano fiato sprecato se le ambienti pure nel deserto e piazzi un timer sullo schermo.
Esistono due anime di Wet: una è pessima, l’altra pure. Ma come per Bruno Vespa, si fa talmente fatica a capire dove finisce il giornalista e dove inizia la parodia che è difficile da odiare. Wet, allo stesso modo, lecca il culo ai giocatori e li rende felici con comodi e spietati programmi di seconda serata. A volte rasentando il cattivo gusto, a volte sfiorando il cabaret, a volte riuscendo a intrattenere. Wet si gioca, ma questo non lo rende buona televisione. [4]
console: 360, ps3
sviluppatore: a2m
produttore: bethesda softworks
versione: pal
provenienza: canada





















