Wolfenstein
In Wolfenstein si ammazzano i nazisti per un mero fraintendimento. È solo una questione di abiti, non certo un confronto ideologico. Blaskowicz tifa per loro, è evidente. È un residuato di una brutta serie televisiva di serie B a cui hanno cambiato il protagonista, una creatura mono espressiva che gioca tutto sulla sua fisicità celata dietro dei vestiti da sciuscià gonfiati con dell’elio. Si vede lontano un miglio che gli vanno stretti e che desidererebbe ardentemente poter affermare il suo essere super umano intonando la Cavalcata delle Valchirie con il mitragliatore.
Blaskowicz è il cantore di un nazionalismo anacronistico, quanto attuale, che crea liason linguistiche tra nemici umani e alieni, mettendo tutti sullo stesso piano per fucilarne ogni residuo di umanità. Un fumetto? No, un brutto fumetto, con un substrato concettuale tanto labile da permettere interpretazioni rocciosamente fallaci. Blaskowicz combatte quello che vorrebbe essere e per convincere se stesso ha bisogno di affrontare degli alieni, altrimenti non sarebbe credibile e la sua coscienza si sfalderebbe. Non per nulla in Wolfenstein la storia sfocia presto in un occultismo da trenta denari e in una fantascienza da bollino nero; delle mere vie di fuga dalla storia reale che dovrebbe essere il background dei fatti narrati nel gioco. L’unica sua salvezza è la barba di qualche giorno, ma serve a poco. Svolte un paio di missioni il nostro diventa una star locale sempre in bocca ad amici e nemici… manca soltanto che gli chiedano l’autografo, come a una velina in tanga che scende dalla barca del pappone di turno.
Il gioco in sé è di una banalità universale, quasi un ripasso di quanto visto mille altre volte in mille altri videogiochi. È talmente ovvio da essere divertente, questo va detto, ma non nel senso che solitamente attribuiamo alla parola. È divertente perché i nemici fanno ridere e, dopo anni passati a combattere contro idioti artificiali che non riescono a trovare la strada per venirti a sparare, fa un certo effetto vedere che i passi in avanti fatti altrove siano stati accantonati in favore di nemici che lanciano granate per poi corrergli dietro (deve essere una forma di autoerotismo), oppure che cercano copertura dietro a dei barili esplosivi. Fa effetto non tanto per la stupidità in sé del loro comportamento, quanto perché sai che potrebbero fare molto meglio, ma che una forza occulta chiamata mercato li ha voluti così. Allora inizi a chiederti perché il mercato richieda nemici così stupidi (per videogiocatori stupidi?) ed entri in un loop da cui esci subito per non soffocare.
La verità è che appena hai avviato Wolfenstein avevo già un voto stampato in testa. Non mi piacciono i voti, ma non posso evitare di associare questo gioco al cinque (su una scala da uno a dieci), il peggiore dei voti possibili, quello che ti toglie la dignità del bello e del brutto condannandoti al girone degli ignavi, schifato contemporaneamente dal paradiso e dall’inferno. Saranno le meccaniche di gioco perfettine, le mappe disegnate a dovere, i dialoghi tagliati con l’accetta, i nemici tutti molto simili a qualcosa di simile ad essi stessi, la linearità ossessiva dissimulata dal tentativo di copula con il free roaming rappresentato dalla città di Eisenstadt, sarà il castello sulla montagna, lo scontro con il boss finale che ricorda mille altri boss finali; insomma, in Wolfenstein è sottolineata continuamente la mancanza di coraggio dell’intera produzione, il voler svolgere un compitino da ottimo che accontenti la maestra, perché sopra c’è scritto proprio quello che lei vorrebbe leggere. Probabilmente non sono una maestra comprensiva. [5]
piattaforma: pc, 360, ps3
sviluppatore: raven software
produttore: activision
versione: pal
provenienza: usa





















