King of Kong
The King of Kong: A Fistful of Quarters (sottotitolo guadagnato sul campo) in Italia non lo abbiamo visto mai. Presentato nel 2007 in decine di festival, il documentario segue Steve Wiebe nel suo tentativo di superare il record di Billy Mitchell a Donkey Kong. Più che sulla storia che racconta, però, una sorta di Rocky in salsa nerd senza vittoria e senza Adriana, la rubrica vuole soffermarsi sugli strani protagonisti di questa vicenda. Uomini, vecchi e psicopatici che appaiono come dimenticati negli anni ottanta. Così piallati da quanto fatto in passato da aver perso la cognizione del tempo. Ecco, è nel riconoscere una logica in quello che fanno questi stralunati individui che si differenzia il videogiocatore da una persona normale.
1 – Bella cravatta!
Billy Mitchell è in assoluto il personaggio più inquietante di questo documentario. Pur non essendone il protagonista, infatti, riesce a ritagliarsi una grossa fetta di disgusto e sdegno. Il detentore del record del mondo si fa notare subito per il pessimo taglio dei capelli e per una spropositata considerazione di se stesso. Come il peggior mafiosetto di quartiere, si atteggia tra la folla di leccaculo e con sufficienza ignora la sfida dell’avversario più che degno. Messo alle strette da un record che muterebbe il suo stato sociale da “imbecille con un record” a “imbecille puro”, si inventa una VHS amatoriale senza mogli o fidanzate nude. Che spreco di pellicola.
2 – Il baro!
In mezzo a questa magnifica foto di modelli di intimo, c’è il nemico più giurato di un videogiocatore: un cheater. Non vi voglio abbastanza bene da andarmi a cercare il suo nome e cognome, ma fingerò di non volervi rovinare la sorpresa. Cosa spinge un giocatore, per sua natura quasi un essere umano, a dopare le sue prestazioni per fare bella figura? Dopo anni di action replay, achievements comprati, fughe e semplici bugie verbali, proprio non riesco a darmi una risposta. Eppure laddove c’è un gioco, c’è sempre qualcuno che lo ha finito al massimo della difficoltà, con la macchina più lenta, tre soli proiettili in canna e urinando nella tana del boss finale.
3 – La setta!
Twin Galaxies è un’organizzazione che si occupa di raccogliere e verificare i record provenienti da tutto il mondo. Organizza anche manifestazioni per pochi affezionati, nulla che non generi tristezza di default. Twin Galaxies è un ometto che si guarda le cassette altrui e stabilisce se son vere o truccate. Il sistema è rigido e infallibile, ma qualche volta è una merda. Mentre la giuria si occupa di visionare il super mega uber pro record di Donkey Kong, è simpatico ascoltare la voce di Steve Wiebe, decisamente preso dalla sua partita, che abbandona la figlia ai suoi pianti disperati. È che non c’è più rispetto per lo sport, immaginate come la prenderebbe Nadal se la figlia irrompesse nel centrale di Wimbledon.
4 – La spia!
Si vede poco, parla poco, ma quella cosa sulla sinistra è abbastanza viscida da ritagliarsi il suo piccolo spazio. Mentre Steve Wiebe viene costretto a ripetere dal vivo il suo record, il cagnolino di Mitchell si agita terrorizzato sperando che non riesca nell’impresa. Tra una telefonata e l’altra al suo padrone, infatti, si muove nervoso e ansimante alle spalle del protagonista. Dice qualcosina ogni tanto, poggia un bicchiere, passa il suo tempo ad alitare sul collo del povero Steve per farlo innervosire. Non ho passato la mia gioventù nelle sale giochi, ma in trent’anni devo ancora vedere un cabinato senza un soggetto simile attaccato al posacenere. Si vocifera che alcuni bar li comprassero in bundle con le schede video.
5 – L’arbitro!
È proprio vero: ogni mondo è paese, ogni arbitro un cornuto. Walter Day ha avuto una buona idea negli anni ottanta. Cavalcando l’entusiasmo riservato ai videogiochi, si inventa manifestazioni e produzioni televisive dedicate ai recordman e ai punteggi. Dopo trent’anni e un cervello fermo a quell’idea, ha l’aspetto di un uomo sicuro di aver fatto grandi cose nella vita. Fondando Twin Galaxies, così dice, voleva garantire che i record fossero reali e certificati. Ma Billy Mitchell è suo amico, a lui sono legate le sue possibilità di fare soldi e questo, lontano dall’Italia, è un conflitto di interessi. Mentre a Steve frugano nelle mutande in cerca di chip nascosti, a Billy viene riconosciuto un punteggio in 2 minuti, su una cassetta che lascia persino intendere segni di manomissione.
È una sporca storia di malavideogioco quella di King of Kong. Più bella di Moggi, ma sfacciata almeno quanto Giraudo. Un documentario ben fatto, perlopiù didascalico, che solo raramente si lascia andare a situazioni preconfezionate a tavolino e a sensazionalismi da pellicola cinematografica. È una storia interessante per tutti i videogiocatori, sia per gli anziani decrepiti che per le giovani leve, perché i trofei e gli achievements hanno riportato i giochi su una via che pareva avessero abbandonato: l’ego del giocatore. Comunque vada, insomma, non ci sono mica molti principi della grande perla in circolazione…




















