Prototype
Io la vedo. Ad occhi chiusi immagino una riunione con le più grandi menti del mondo, tutti uniti per uno scopo più grande di loro. Seduti su accoglienti poltrone in pelle e bullandosi dei loro grassi salari, devono trovare il modo migliore per rendere Alex Mercer, il protagonista di Prototype, un personaggio con i cazzi al contrario. Qualcuno suggerisce scarpe colorate e un gonnellino scozzese, qualcuno un termosifone sulle spalle e un berretto di Paperopoli, vince a mani basse una maglietta “cattiva” e un cappuccio contro la cervicale. Si poteva fare di meglio, ma così non prende freddo.
Dopo cinque minuti nella New York appena masticata da un virus sfuggito al controllo, si ha nelle mani tutto il piacere di un potere sterminato. Alex, nella sola prima sequenza di gioco, accumula reati e anni di galera con elegante facilità e impressionante rapidità. Prototype sorprende, a quattrocento metri dal punto di partenza, perché si mostra enorme, indomabile, infinito, del tutto inafferrabile. Poi si torna indietro nel tempo, qualche canonico giorno di flashback, e il gioco comincia davvero. Non che Alex ne esca del tutto impoverito. I suoi movimenti sono ancora aggraziati e rapidi, ma gli extra dovrà comprarseli a suon di crediti, faticosamente guadagnati sul campo aggiungo.
Nelle intenzioni delle cartelle stampa, Prototype è due giochi in uno. Suona bene in tempo di crisi. Il primo è un’arma di distruzione di massa, con meno Iraq e più arma di distruzione di massa, ne parleremo dopo. Il secondo è una versione semplificata di Metal Gear Solid, con meno stealth e più guardie imbecilli, meglio non parlarne forse. Quando si limita a fare lo spaccone, Alex è in grado di tenere quantomeno botta. Sotto la spinta di una musica trascinante, un ritmo tra la velocità della luce e la campanella dell’ultima ora, si segue l’onda di missioni senza limiti di tempo. Il protagonista si lancia sui tetti, poi vola fino all’altro capo della città, si lancia sull’obiettivo, gli tira un calcio, un pugno e lo sputa, monta su un carro, spara ad un altro carro, esplode in aria, mangia un calippo al limone, si tira sulle spalle una macchina e la tira contro un elicottero, solo allora si decide a cominciare la missione vera e propria. Alex, porello, fa tutto questo con una manciata di cagnacci rognosi che gli girano intorno e provano a spettinarlo. Il protagonista, insomma, vive di stress e fiamme sulla faccia, sempre e comunque, in missione e non. La manfrina funziona al primo giro di orologio, annoia un pochetto al secondo, è pura immondizia al terzo.
Dopo il galvanizzante inizio, non si può fare a meno di constatare la degradante palette di colori, le terrificanti texture dei palazzi e la generale monotonia architettonica della Manhattan zombificata. Non si può non ignorare il bilanciamento inesistente del titolo, riempito sì in ogni dove di passanti masticabili, ma incapace di offrire una sfida bilanciata e progressiva. Non stufo di distruggere l’impensabile, Prototype mette sul piatto anche un gruppo di missioni secondarie con rare variabili della sinfonia. La trama scontata, già vista, raffazzonata e pretestuosa, non può certo aiutare il lavoro di Radical Entertainment ad entrare nella storia. Prototype è un gioco di serie B, e questo nonostante il budget tutt’altro che limitato. Avrà la sua schiera di irriducibili suffragette grazie ai controlli funzionali e al divertimento immediato, ma tra il niente e questo non ci passa l’infinito. [5]
console: 360, ps3, pc
sviluppatore: radical entertainment
produttore: actvision
versione: pal
provenienza: canada





















