Arena – 2
Morbose chiacchiere di redazione: torbidi segreti nascosti fra le pieghe del passato, traumi infantili mai superati, preferenze videoludiche da denuncia o periferiche acquistate a prezzi vergognosi per un solo utilizzo. Ogni puntata di Arena vi proporrà una domanda pruriginosa e molte colpevoli confessioni.
Domanda del mese:
“In qualche videogioco hai pensato: Ma chi me lo fa fare?”
Ferruccio Cinquemani
Autore di: Infamous
Mirror’s Edge: chi me lo fa fare di completare le speed run, di ripetere lo stesso livello decine di volte nel tentativo di battere un tempo assurdamente basso, con caricamenti su caricamenti, errori continui che mandano all’aria dieci minuti di gioco? Mi sarebbe dispiaciuto di meno se le speed run non fossero state la parte migliore del gioco.
Giovanni “Giocattolamer” Donda
Autore di: Odio di Gomito
Al settantasettesimo, nonché ultimo piano della controparte digitale del Chrysler Building in Parasite Eve. Giorni e notti – ma soprattutto notti e giorni – attaccato allo schermo, o alla guida ufficiale, solo perché quest’ultima mi aveva rassicurato che, sì, dovevo farmi una doccia, ma ne sarebbe valsa la pena: stavo per assistere al “vero” finale! Lo sto ancora aspettando… l’autore della guida. Il “vero” finale era una scritta che neanche “congratulazioni, hai finito il gioco” avrebbe lasciato un peggior retrogusto.
Gianluca “Unnamed” Girelli
Autore di: Meteore; Underrated; Giochi di Merda
Qui a Milano era solito tenersi un torneo di Street Fighter III. Nonostante non mi possa considerare un pivello a suddetto gioco, venivo continuamente asfaltato nel giro di una decina secondi. Anche solo vincere un round era diventata un’impresa. A volte, a partita iniziata, potevo pure posare il pad e farmi una passeggiata, tante erano le raffiche di sberle che volavano. La domanda, a quel punto, è sorta spontanea.
Michele “Guren no kishi” Zanetti
Autore di: Valkyrie Profile Covenant of The Plume; Final Fantasy Crystal Chronicles Echoes of Time
Ogni volta che inizio un gioco nuovo.
Simone “Karat45” Tagliaferri
Autore di: Ars Ludica; 1943
Parecchi in realtà. In tempi relativamente recenti sono stato colpito da profonda crisi mentre giocavo a The World Ends With You. Andavo avanti a forza d’inerzia (superando combattimento su combattimento e sbuffando per uno dei sistemi di combattimento più demenziali mai visti in questo lato dell’universo), quando, verso la fine del secondo atto, mi sono chiesto perché mi ostinassi a giocare qualcosa che stavo disprezzando profondamente. Alla domanda è seguita una colossale mangiata di Ringo e poi l’abbandono, senza troppi rimpianti, con relativa svendita del gioco su Ebay. In senso generale, comunque, è liberatorio abbandonare videogiochi che non si riescono a portare avanti per motivi di svilimento personale.
Tommaso “Gatsu” De Benetti
Autore di: Il Vangelo secondo Tommaso; Red Faction: Guerrilla
Ma chi me lo fa fare di giocare JRPG da 120 ore, per avere in cambio una brutta storia allungata per dodicenni e un protagonista che ha perso la memoria. O per arrivare al boss finale scoprendo che mi manca l’unico oggetto che può batterlo, che potevi prendere solo all’inizio nel secondo baule a destra. Chi me lo fa fare di giocare ad un livello diverso da Normale: la vita è già abbastanza stressante. Chi me lo fa fare di comprare un Wii in onore dei bei vecchi tempi: non ho la pressione alta e non voglio contare i passi. Chi me lo fa fare di giocare online con gli Americani, gente con due-parole-due nel vocabolario (una è faggot, l’altra shit). Chi me lo fa fare? Nessuno, per fortuna.
Vincenzo “Vitoiuvara” Aversa
Autore di: La terra che tremò; Esco di Rado; La TV che Videogioca; Fight Night Round 4; Prototype; Ghostbusters The Video Game; Call of Juarez: Bound in Blood; Harry Potter e il Principe Mezzosangue
Non ho dubbi: Dead Rising. Colto da furiosa scimmia di achievements, ero solito spulciare i giochi in quello che viene propriamente definito “sblocco mode”. L’obiettivo più imbecille della mia vita fu appunto nel centro commerciale più morto della storia: “Nemesi degli zombie”. Per la miseria di 20 punticini, il gioco chiedeva di uccidere 53.594 non morti. Per farlo, ovviamente, non bisognava seguire la storia principale, che ricordo aveva un tempo stabilito in tre giorni da 6 ore ciascuno, ma dedicarsi esclusivamente allo scopo. Il modo più semplice, e forse anche l’unico per portarlo a casa, consisteva nel prendere la macchina nel giardino, percorrere il parcheggio sotterraneo schiacciando di tutto fino a raggiungere un furgone, usare lo stesso per ritornare al giardino e rimettersi alla guida della macchina respawnata. Poi ripetere il tutto. Non una, non due, ma troppe volte. E son soddisfazioni…
Alberto “Floyd” Li Vigni
Autore di: Demon’s Souls
Shadow of the Colossus, seconda tornata. La prima si era conclusa trionfalmente con qualche decina di imprecazioni (rigorosamente laiche) e la vendita del gioco. Per la prima volta mi faccio influenzare dalla stampa (cioè, dai due forum che leggo) e decido di dargli una seconda chance con l’uscita PAL. No, non mi ero sbagliato. ‘Sto gioco è l’antitesi del divertimento. Come si fa a mantenere il sistema di controllo di ICO in un titolo (teoricamente) più dinamico? Perché i metodi per uccidere i colossi sono cosi banali (e perché devo ripetere lo stesso metodo più volte per ogni colosso?) Perché quel meraviglioso silenzio deve essere interrotto da quel tema epico che vorrebbe guidare le mie emozioni? Perché il cavallo è così poco sfruttato? Che sia Ueda stavolta a riprovarci in un futuro remake. Io non ci gioco più.
Federico Res
Direttore
“Chi me lo fa fare” di prendere in mano il joypad, qualunque sia il gioco dentro alla console? Per me è ormai tempo di stare in poltrona e godermi un bel film. Meglio se lento e noioso.
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