Sulle salme fresche
In Italia, vera palestra del mondo per quanto riguarda la censura preventiva, si è fatto un gran parlare negli ultimi giorni di buon gusto e appropriatezza. Per tutti quelli che giocano troppo, scopano poco e non guardano la TV (quindi la maggior parte di voi che leggete) riassumo in breve. Vauro, da qualcuno definito il miglior vignettista italiano, è stato bannato a tempo determinato dalla Rai per la vignetta che trovate da qualche parte in questa pagina. Scandaloso, a detta del Silvione nazionale e di una lunga schiera di politici, fare umorismo su un argomento tanto delicato. Ora, tralasciando per un momento che la vignetta si bullava della politica edilizia e non certo dei morti, possiamo discutere a lungo sulla presunta inadeguatezza della stessa. Sono troppo amante della satira per fermare una vignetta e non trovo giustizia nel condannare Vauro lasciando Michele Cucuzza a piede libero, ma è quantomeno lecito domandarsi se sia opportuno sorridere sulle bare a pochi giorni di un disastro. Perché di ridere si tratta, perché bare si vedono e magari non ha importanza solo il destinatario del messaggio. Magari, eh.
Il perché di questo mastodontico preambolo è presto detto. Se siete tra quelli che scopano poco, lo avrete anche già capito. Six Days in Falluja, videogioco solo annunciato e già al centro di polemiche a non finire, sta letteralmente spaccando l’opinione pubblica di tutto il mondo. Qualcuno vota per la libertà a tutti i costi, qualcuno censura prima così non si sbaglia mai e qualcun’altro gioca a Wii Sports, che i videogiochi sono un’altra cosa. Prendere una posizione a prescindere, però, mai come in questo caso è un passo da imbecille. Perché Six Days in Falluja andrà giudicato non per quello che rappresenta, ma per quello che avrà da dire.
Non è l’idea stessa di un’opera che racconta un fatto storico di pochi anni fa ad essere discutibile, ma lo è la sensazione che si voglia associare il divertimento spensierato alla morte di più di 1500 uomini. Può andare bene con la seconda guerra mondiale, i nazisti hanno raggiunto col tempo una dimensione più epica che reale. Loro sono il male, qualcosa da combattere, ma nell’immaginario collettivo non esistono più di quanto non esista il diavolo in persona. Non sto dicendo che sia un modo giusto di intendere la realtà, sto dicendo che fa meno male. Se prendi una guerra in corso, americani ed iracheni, invece, non funziona allo stesso modo. Perché la linea di demarcazione tra buoni e cattivi non è ancora abbastanza chiara e perché alle bare di quei giorni se ne aggiungono altre ogni giorno che passa. Quindi no, se Six Days in Falluja deve essere un Call of Duty in salsa arabeggiante, io dico decisamente no, non s’ha da fare.
Ma in tutto questo chiacchiericcio da bar c’è solo un punto decisamente importante. Son davvero pochi quelli che credono che Six Days in Falluja possa essere molto di più di un videogioco for fun. Se domani annunciassero un film o un libro sull’argomento, ci si aspetterebbe un’opera con un approccio accurato e rispettoso. Perché il videogioco non merita la stessa attenzione? Perché persino i videogiocatori temono i quindici colpi in testa per sbloccare un achievement? Perché, oggi rispondo, un videogioco del tipo B non l’abbiamo ancora mai visto.
Seppure mi sembra tutt’altro che un’operazione semplice, però, non riesco a vederci dietro una missione impossibile. Non è nella logica delle uccisioni che si può trovare il responsabile unico di tanta diffidenza. Sarebbe come dire che Salvate il Soldato Ryan non è rispettoso perché al suo interno ci sono delle grandi scene d’azione o che Full Metal Jacket ridicolizza il Vietnam perché la prima mezz’ora è al tempo stesso comica e drammatica. La differenza tra un Medal of Honour e Apocalypse Now, invece, sta piuttosto nella diversa rappresentazione della morte di un soldato: insapore e inodore nel primo, tragica e sofferta nel secondo. È il dramma a mancare nei videogiochi, sia questo un essere umano da 28kg o una mamma che ha smesso di piangere suo figlio. Solo con la voglia di dipingere un quadro che non sia monco, si potrà rendere possibile e accettabile un Six Days in Falluja che non venga spolverato da critiche, censura e insulti.
Quel giorno, se mai arriverà, sarà il funerale di ogni altra forma di intrattenimento.




















