Finalmente ho capito
Chi segue RingCast saprà che recentemente sono stato in Giappone. Chi non segue RingCast, invece, può scegliere se rotolarsi a terra afflitto dal dolore, oppure digitare velocemente http://ringcast.splinder.com e sentirsi perlomeno il reportage audio che mi sono preso la briga di registrare a beneficio delle vostre ingrate orecchie. Al di là dei dettagli sul viaggio, che potrete scoprire autonomamente (segnalo che il test del bidet giapponese sembra aver riscosso particolare successo fra gli ascoltatori), vorrei soffermarmi un attimo su ciò che riguarda Babel più da vicino, cioè (credo) i videogiochi.
Ora, con mio modesto disappunto non ho trovato quel delirio di negozi che sarebbe stato lecito aspettarsi: secondo Vitoiuvara tutto ciò è accaduto perchè invece di andare a Tokio sono stato ad Osaka e Kyoto. Non per fare polemica con i diversamente abili, ma mi sembra chiaro che il mercato giapponese non sia riconducibile alla sola capitale. Tralasciando i battibecchi, vi annuncio soddisfatto che ho però trovato interi palazzi dedicati agli arcade, fra i quali un Taito Palace, un Sega Palace e altro che francamente non mi sono preoccupato di identificare con precisione. Questi palazzi sono generalmente divisi in piani tematici: se il piano terra è pieno di macchinette a premi (pupazzi, cibo, action figures…) e cabine per ragazze avide di foto sticker con i cuoricini, di solito i livelli superiori sono configurati in ottica prettamente hardcore. C’è il piano picchiaduro, il piano shooters, il piano rhythm games, il piano majong, quello per i (video)giochi di carte, infine quello per varie ed eventuali. Il pachinko, grazie a Dio, ha delle sale indipendenti, e se poteste sentire a che volume tengono la musica capireste anche perché.
I cabinati sono grandi, stranissimi e costosi. Quello di Gundam riproduce una cabina di pilotaggio, ha uno schermo avvolgente ed è grande la metà del mio appartamento. Altri hanno, di fronte allo schermo, ampi piani di gioco per combinare in maniera quantomeno esoterica carte collezionabili ed RPG strategici. Quelli di cavalli – c’erano, giuro – si presentavano con una doppia fila di postazioni e uno schermo centrale grande almeno 100″. La quasi totalità di questi arcade non è mai stata esportata in occidente e mai lo sarà, visto che i pochi cabinati che arrivano da noi si stanno progressivamente ghettizzando in cinema e centri commerciali con il solo intento di riempire i tempi morti in attesa dello spettacolo successivo o delle scarpe giallo canarino a cui la vostra donna non poteva rinunciare.
Dopo il viaggio, mi è venuto il fondato sospetto che capire le sale giochi giapponesi significhi capire sia il Wii che il moribondo stato dello sviluppo sollevantico. Per prima cosa, la gente ci passa le serate. Parliamo di allegri gruppi promiscui che sarebbe impensabile vedere in qualunque altro paese. In secondo luogo, una larga fetta di frequentatori appartiene alla categoria “cercami su YouTube“: in tutto il tempo speso all’interno non ho mai visto qualcuno cimentarsi in un gioco con performance meno che mostruose. Non parliamo di nerd occhialuti, ma addirittura, e questo francamente faticavo ad immaginarmelo, di shojo-bambine che potrebbero polverizzare senza problemi qualsiasi professionista dei rhythm games a cui io abbia mai stretto la mano. Infine il dettaglio più importante: nessuno dei giochi in mostra stupiva per competenza tecnica. Mettiamoci una pietra sopra: se i giapponesi dovessero scegliere fra una periferica a forma di dito da infilare nel culo di cattivoni digitali e la grafica di Crysis, sceglierebbero la prima opzione nel 100% dei casi. E sinceramente, con quel bendiddio di arcade che si ritrovano, non mi è nemmeno difficile crederlo.
Il Wii ha successo perché è carino, perché puoi muoverti come un epilettico, perché ha una grafica di merda. Il nunchaku controller è l’equivalente di un piatto di tofu gommoso: i nani gialli lo amano per le stesse ragioni per cui noi lo disprezziamo. Non si interessano di poligoni, ma di quanto un gioco sia kawai, di quanto lo si possa giocare assieme a gente vestita come Mana dei Moi Dix Mois (cercatelo su Google), di quanto il gioco permetta di mettersi in mostra.
Strano quindi che sulla piattaforma Nintendo non siano poi molti i titoli che permettano una volgare dimostrazione di potenza (cit.) da parte dei giocatori-mostro che popolano le sale giochi. Forse in Giappone esce software che nemmeno ci immaginiamo, oppure la volontà giapponese di apparire “fichi” riguarda solo la sfera pubblica, come direbbe Habermas. “Forse ho capito,” ho pensato quando ho iniziato a scrivere questo pezzo. Ma dopo un minimo di riflessione, “forse no” mi sembra una conclusione più appropriata.




















