Voglio un presidente geek
Seppure io lo nasconda molto bene, devo ammettere di aver frequentato un liceo qualche anno fa. Ricordo con chiarezza la mia professoressa di storia e filosofia del triennio. Per quanto fosse severa e stronza, ho sempre rispettato la sua dedizione per il lavoro che faceva. Ricordo con la stessa chiarezza la sua puzza poco nascondibile di sinistra, del tutto legittima comunque. Eppure, per non tirarsi addosso l’ira funesta di qualche genitore fascista non così, ma così (se il nuovo Babel funziona, adesso dovrebbe partire un ologramma), nascondeva la sua deviazione politica il più possibile. Facendo meno danni di un pensiero politico non dichiarato, il videogioco è esattamente come quella professoressa, un po’ meno stronzo magari. Perché un media con così tante possibilità continui a nascondere la testa sotto la sabbia è presto detto. Prima di tutto nemmeno lui vuole tirarsi addosso l’ira funesta di comunisti, destronsi, moderati o Berlusconiani (ci vorrebbe una terza mano per chiarire la sua corrente politica); poi per non rischiare un marchio a fuoco che inciderebbe sulle vendite; terzo la Lazio perde 2 a 0 con il Chievo, porca la zozza.
Sarò un inguaribile sognatore, ma credo che sia dal punto di vista politico/morale che il videogioco, quello che vuole raccontare una storia ovviamente, possa esprimere le sue qualità migliori. Ma tanto non capite se non vi faccio qualche esempio, lo so che non siete troppo intelligenti. Scusate, non volevo essere offensivo, ma che palle quanto siete permalosi.
Il primo videogioco si chiama To Be a President. Il protagonista deve vincere le elezioni con un budget limitato, quindi è costretto a guadagnarsi la fiducia della gente senza comprarsi un paio di canali televisivi. Il protagonista deve allora andare negli ospizi a promettere pensioni migliori, nelle chiese a promettere moralità, nei cantieri a promettere sicurezza, nelle scuole a promettere modernità e nelle scuole migliori a promettere erba legale. Per farlo, il giocatore deve guadagnare punti personalità giocando e vincendo dei minigiochi appositi. Quali non lo so, fate qualcosa pure con la vostra fantasia, che cavolo. Vinte le elezioni, il protagonista deve vedersela con un budget ancora limitato e con mille promesse da mantenere. E a quel punto il giocatore sceglie: meglio un morto in cantiere in meno o un vecchio con 100€ di più in tasca? Meglio la lotta alle droghe libere o Emma Bonino incatenata? Meglio risparmiare per l’istruzione dei giovani o guadagnare mille milioni di crediti per sbloccare l’achievement? Niente risposte, la Lazio ha appena preso il terzo goal.
Il secondo videogioco si intitola The Other Side. Il protagonista è un nazista, un semplice soldato nazista. Per gran parte del gioco le differenze con un Call of Duty qualsiasi sono appena percettibili. A differenza degli altri First Person Shooter, però, il giocatore acquisisce punti esperienza che rendono più facile l’uso delle armi e più precisa la mira. Poi si arriva in un paese sulle montagne, il vostro capoccia (perdonate, non ho fatto il militare) vi ordina di rinchiudere tutti i civili in un fienile, bambini compresi, e poi di ucciderli tutti. Se lo fate sbloccate un trofeo e le statistiche aumentano. Se non lo fate niente trofeo, il gioco continua con un nuovo personaggio a statistiche azzerate e qualche altro soldato li ucciderà al posto vostro. Fare la cosa giusta e morire o quella sbagliata senza rinunciare ai propri privilegi. Tutto o niente, fate il vostro gioco. Gli occhi di un nazista non sarebbero meno infuocati dal demonio se visti con questa profondità? La partita è finita, mi gira un po’ il culo.
Con queste possibilità e con le milioni di idee che vi stanno scorrendo in mente proprio ora, non stiamo perdendo un po’ troppo tempo dietro a Tetris con le pistole?





















