Un discorso del c***o
Due minuti fa ho visto il primo nudo integrale maschile della storia dei videogiochi. Il gioco incriminato, e non mi viene in mente un candidato migliore, è Grand Theft Auto IV: The Lost and Damned. Seguono piccoli spoiler che però fareste meglio a leggervi. La missione vede il protagonista Johnny dialogare con un politico – notate il particolare, democratico di facciata, ma segretamente sostenitore di una dittatura illuminata – in un centro massaggi. Questo omuncolo di potere, senza preoccuparsi più di tanto, ciondola da una parte all’altra della stanza completamente nudo. Per quasi tutto il tempo la telecamera si mantiene a livello ombelico, poi, di colpo, un piano americano ci svela la tremenda verità: gli uomini nudi non finiscono sopra l’inguine. Mi auguro che sia cosa nota: se vi siete mai interrogati sull’escrescenza nelle vostre mutande, dovreste sapere anche di cosa stiamo parlando.
Non essendo questa una puntata di Siamo Fatti Così ci dobbiamo però porre la domanda giusta: perchè c’è un uomo nudo in Grand Theft Auto IV: The Lost and Damned? Procediamo per ipotesi. Potrebbe essere una risposta di Rockstar a chi si ostina a lanciarle contro accuse di misoginia. Accuse forse false, ma quante donne di classe vi ricordate in Grand Theft Auto? Non molte, ad assere sinceri. Donne interessanti, donne vissute, certo, ma raramente qualcosa più di battone o spacciatrici. Forse mostrare un uomo inerme, di mezz’età, con il pippero al vento è una mossa per riequilibrare le cose – fermo restando che in GTA nemmeno gli uomini ci hanno mai fatto una gran bella figura. Voglia di provocazione gratuita, magari. E se fosse semplicemente un modo per infrangere l’ultimo tabù, ed esorcizzarlo? “Ecco qua. Un pene barzotto. Mai visto uno? Uuuh, che paura.”
Nell’episodio #36 del podcast di Multiplayer.it, uno dei ragazzi che vi partecipa (A. Jodice) mette sul tavolo la questione sesso & videogiochi, domandandosi perchè sia così difficile coniugare le due cose quando da sempre in film e libri destinati a qualsiasi target esistono scene di sesso per ogni gusto: esplicite, suggerite, perverse, romantiche, disperate, frigide, violente. Quasi a sottolineare il difficile approccio al tema, gli altri del gruppo non si risparmiano in battute maliziose e perculate. Discutere di sesso fra maschi finisce sempre ed inevitabilmente in accuse di omosessualità latente, ma è con Jodice che incrocio (metaforicamente) il pene in segno di reciproca stima. Serve del sesso per fare un buon videogioco? No. Lo vogliamo in ogni nuovo titolo? No. È necessario per una buona storia? No. Possiamo accettare che anche il sesso diventi un soggetto narrativo (o ludico, se si può far meglio di God of War: Chians of Olympus) nè più nè menò di tematiche come politica, cavalli, religione, macchine, invasioni aliene, cani abbandonati e brutalità assortite? Sì, possiamo.
Pensate a Barbie. Negli anni ottanta aveva gli organi genitali lisci: generazioni di bambini son cresciuti con la convinzione che le donne non avessero i capezzoli. L’ultima volta che ho avuto fra le mani una Barbie (…) ho notato che adesso Mattel stampa le mutande direttamente sulla plastica per nascondere l’inenarrabile verità: Barbie ha la patata e, al pari di Megan Fox, ogni tanto deve andare al bagno. Posso capire che avere una Barbie con organi genitali dettagliati sia sostanzialmente superfluo. Ma poi penso al popolo di videogiocatori cresciuti negli anni ottanta a pane e Kenshiro, fruitori di porno dalle medie, appassionati di manga tutt’altro che candidi, gente che spazia fra cultura alta e bassa senza grossi problemi. Siamo bambine che giocano con le bambole, servi di un sistema che nega l’evidenza perchè l’evidenza è in qualche modo contraria al buoncostume, i cui standard a loro volta negano la natura? Qual’è il gran segreto che ci devono nascondere, il mistero che – ipocritamente – dobbiamo fingere di non conoscere?
Se proprio dobbiamo cercare un senso nel cazzo, che sia questo: è parte del nostro corpo, ce l’abbiamo nelle mutande da sempre. È un amico fedele che condivide con noi gioie e dolori. Lo conosciamo perfettamente, così come la conoscono tutti gli altri uomini del pianeta. È tempo che i protagonisti dei videogiochi da pupazzi di legno diventino bambini veri, perchè se è vero che andare in giro a sventolare i gioielli di famiglia è cattivo gusto, negarne l’esistenza non ha davvero alcuna giustificazione.





















