Lips
È un mondo di glitter, di luci della ribalta. Un mondo, come direbbe Elio, di “Piccole donne, grandi labbra / piccolo uomo grandi labbra apprezzerà”. Un mondo dove ci si pesa divertendosi, si impugna un microfono e si inizia a cantare, si premono a caso tasti in chitarrine di plastica e chi si era mai divertito così. Ho visto il Pupazzo Gnawd, nostro esimio collaboratore, pubblicare in rete i video della sua ‘band’ che ‘suona’ pezzi di Guitar Hero. Ho visto un mio amico di 130Kg, i cui orizzonti musicali iniziano e finiscono con i madrigali e Burzum, improvvisamente impazzire per Rihanna e i microfoni con le lucine di Lips, ne ho visto un’altro che lavora 10 ore al giorno in una maschia acciaieria proporsi al mondo come spericolato emulo di Dido. Ho visto labbra, ho visto corpi. Di maschi. E non è stato bello. Ma non possiamo piangere sul latte versato tutto il tempo: il videogioco reclama il nostro corpo, mai come ora, e noi incuranti del senso del ridicolo glielo concediamo. Ma non solo, invitiamo i nostri amici, fidanzate, conoscenti, e parenti tutti a partecipare al sacrificio con noi. Alcuni li costringiamo. “Canta che anche tu devi fare la figura dello scemo”. Va bene così? Forse sì, forse era ora. Ora di scrollare di dosso al videogioco un’aura di drammaticità che – salvo sporadici casi – ha sempre indossato con disagio. Ma c’è un ‘ma’. Il rovescio della medaglia, in tutto questo, è che presto dovremo essere più bravi e più belli degli altri. Quando per tutti sarà normale giocare a SingStar alle feste, o avere la serata Rockband con gli amici del bar, non avremo più scuse. Rifiutare sarà come ammettere di non saper giocare a calcio. I videogiochi vogliono salire on stage, portandoci con loro. Ma noi lo sappiamo quel che succede a chi sale su quel palco: un giorno hai labbra scintillanti e applausi tutt’intorno, quello dopo sei solo un nessuno qualunque.




















