Killer 7
“A cosa pensa?” chiede lui.
Penso che Killer7 potrebbe benissimo essere il miglior gioco di sempre, dottore. Potrebbe, se solo riuscissi a spiegarmene il perché.
“Mi aiuti a capire meglio, allora.” chiede lui.
Killer7 è un gran casino. Vede, però, c’è il casino inteso come rumore, e poi c’è il casino inteso come tanta roba. Ecco, Killer7 è casino tanta roba. Non è, e questo nonostante il subject matter trattato, un simulatore di assassino. Né di sette assassini. Non è neanche un simulatore, se è per questo. Perché catalogarlo per generi sarebbe capirlo e in Killer7 non si capisce mai nulla. Mai. Neanche la stessa interfaccia dei menu ha un senso, se non quello di farti provare qualcosa di molto simile ad un attacco epilettico tra un caricamento e l’altro.
“Ma tutto è catalogabile, si sforzi.” chiede lui.
OK, se proprio insiste… Killer7 è un survival terrorism e i nemici sono tutti suicide bombers. Oddio, l’ho detto.
“Vede? Non è poi così difficile. Perché allora tanta titubanza?” chiede lui.
Perché mi sto imponendo, come se qualcuno la sbendasse davanti a un inedito quadro e lo interpretasse per lei, quando si sta ancora grattando la testa.
“Perché? C’è dell’altro, forse?” chiede lui.
Forse, sì. Killer7 è un viaggio complesso, oserei dire scomodo, nella psiche di un assassino relegato su una carrozzina che è troppo piccola per il suo ego. Un viaggio, soprattutto, di sola andata. A giocarci mi sono fatto male. A provare a scavare fra le linee mi sono voluto male. Non è, e questo nonostante la visuale ingannevole, un first person shooter. L’azione è sui binari, e qui non intendo che sia lineare, ma proprio sui binari. I nemici no, purtroppo, quelli vanno un po’ dove gli pare – di solito addosso a me…
“Torniamo a noi, la prego.” chiede lui.
Sì. Ci si muove solo in avanti, dicevo, fino al prossimo bivio, intersezione o incrocio che sia. Come un libro-game, ha presente? Ma senza poter barare.
“No, non ho presente. Ha altre metafore?” chiede lui.
Sempre. Killer7 è una come una porta. Chiusa. Da sette lucchetti. Avete una sola chiave a disposizione, ma non è una chiave normale. È piatta, un passepartout se vogliamo, e infatti lo vogliamo. Perché la chiave è la nostra salvezza, l’unica a tenere lucida la mente. Così, usando questa chiave, scopriamo che possiamo aprire tutti e sette i lucchetti. Eppure quando abbiamo finito di aprirla, questa dà solo su un’altra porta chiusa.
“Perché era solo una chiave di lettura, no?” chiede lui.
No, perché era la chiave di lettura sbagliata. Una che mi sono costruito da solo per tirare avanti, perché non c’era nessuna Arianna in quel labirinto.
“In conclusione, allora?” chiede lui.
Killer7 è un gioco adulto. Così adulto che ti permette di fare una sola cosa alla volta: o cammini o spari. Così adulto da confonderti le idee talmente tanto, che alla fine credi che sia solo colpa tua.
“E questo per lei è essere adulti?” chiede lui.
Il non averci capito assolutamente nulla e perseverare nonostante tutto? Assolutamente. Un giovane non si lascerebbe ingannare e mollerebbe Killer7 già alla prima stanza, con un secco: cos’è ‘sta merda? Seguito da: perché ti puoi muovere solo in avanti? Perché devo collezionare sangue? Perché? Perché nulla ha un senso in Killer7, le dicevo, eppure tutto ne è così splendidamente privo che ti senti in dovere, in qualità di adulto razionale, di andare avanti, a fare la stessa cosa, sperando di ottenere un risultato diverso.
“Come uno schizofrenico?” chiede lui.
Come un vero Smith.
console: ps2, gamecube
sviluppatore: grasshopper manufacture
produttore: capcom
versione: pal
provenienza: giappone
anno: 2005





















