L’arte della console war

2 gen 2009 di

Dal vangelo Secondo Tommaso

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Il 2008 è stato l’anno in cui il marketing, fra applausi scroscianti, ha deciso per una bella gita a Caporetto. Mai come nel corso dei dodici mesi appena trascorsi il mercato dei videogiochi ha accusato il colpo di campagne pubblicitarie nate male e morte peggio.

Parentesi. Mi viene un po’ da piangere quando, nei momenti di nostalgia, torno con la mente alla ridente penisola italica e rimembro lo sguardo sprezzante e quel sorrisetto stampato sul volto che tradisce un ‘poraccio’, appena dopo aver svelato che hai studiato comunicazione o marketing. Mi viene meno da piangere – anzi, forse anche un po’ ci godo – quando mi accorgo che fior fior di ingegneri, programmatori, artisti, project leader, finanziatori e publisher non sanno da che parte girarsi senza qualcuno che si occupi di vendere al pubblico il loro prodotto.

Lo sa Nintendo – la cui annata per altri versi è stata fantastica – che nonostante gli sforzi e l’aver prestato Miyamoto ad EDGE, non riesce più a connettere con gli hardcore gamer. Nintendo, c’hai spezzato il cuore e l’hai lasciato a pulsare su una bilancia anti-colesterolo. Non sarà Sin & Punishment 2 da solo a farci cambiare idea, soprattutto quando cerchi di spacciare Animal Crossing come il gioco per appassionati. E sappilo, Cammie Dunaway, donna con le branchie protagonista in negativo di questo 2008, sul palco dell’E3 non ti ci vogliamo più. Vai a tirare il frisbee a Panariello.

Lo sa Dice, che riesce a piazzare Mirror’s Edge solo a metà prezzo, complici recensioni così così, ma anche e soprattutto una campagna pubblicitaria impenetrabile per il mass market. Semplicemente, non si capiva quale fosse il fulcro dell’offerta. Stavate cercando di vendere la faccia di Faith, makeup per ragazze giapponesi, una linea di abbigliamento, scarpe da ninja o un videogioco?

Lo sa Sony, che quest’anno ha inanellato una serie di cazzate storiche. Little Big Planet vende discretamente, ma è tutt’altro che il system seller che ci si aspettava. Pur avendo impegnato notevoli risorse nella promozione del titolo, sembra che il senso del gioco sia del tutto oscuro all’uomo della strada. Andate in un grande magazzino e chiedete a chi ciondola al reparto videogiochi: “Oh, ma Little Big Planet?“. La risposta sarà circa: “I pupazzi di cartone? Ma de che, prendo questo dove spari ai giapponesi nazi e gli puoi dare anche fuoco. Un taglio!”. Gambe lunghe I wish you so badly.

Home si è presentato con una Beta europea che non è piaciuta a nessuno. Il passaparola sull’inutilità dell’applicazione si è diffuso così rapidamente che alcuni si rifiutano persino di provarlo, pur potendolo ottenere gratuitamente. Fatto positivo: pare che stia generando qualche piccolo introito, ma ciò non cancella la sensazione di girovagare fra le rovine di Racoon City per incontrare altri dispersi che passano il tempo facendo code reali a tavoli da biliardo virtuali.

La demo di Killzone 2 sarà disponibile in America solo per quelli che prenotano il gioco in anteprima da Gamestop. Sostanzialmente, l’utente dovrà confermare di voler comprare il prodotto prima di aver messo mano sulla versione di prova che dovrebbe servirgli a decidere se affrontare la spesa oppure no. Questo, per un gioco che probabilmente basterebbe solo mostrare per far sì che si venda da solo. Geniale.

Ciliegina sulla torta ‘duemilaeottica’, Sony non ha una personalità guida che parli per la compagnia, con tizio che dice “A” e caio che due secondi dopo dice “B” quando non il contrario di “A”. Sempronio, nel frattempo, smentisce tutto, introducendo l’opzione “C”. Poi ci chiediamo perchè su NeoGaf siano tutti così acidi.

Dietro a tutti questi casi ci sono dei fallimenti del dipartimento marketing e PR di dimensioni colossali: sparate che non possono essere mantenute; mancanza di coordinazione fra le parti; demo che non servono ad invogliare l’utente a comprare il gioco, ma piuttosto fungono da premio a chi il gioco già lo compra (?); strategie raffazzonate nei cinque minuti della pausa caffè; campagne pubblicitarie che cercano di essere cool, dimenticandosi però di far capire di che cazzo si sta parlando.

Padroneggiare l’arte della console war richiede i muscoli, certo, ma anche un buon cervello. Ed un minimo di tattica militare. È ora di smetterla di prendere per il culo quelli del marketing, e di iniziare a fagli fare il loro lavoro senza interferire dall’esterno. Avranno forse gli esami facili, ma sotto sotto sono quelli che tirano avanti tutta la baracca.

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