Io, Giappone – 2

7 nov 2008 di

Capitolo 2: le Tre Leggi della Nipponica

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Ci sono due fondamentali fatti storici che vanno compresi per decodificare la mentalità giapponese:

1. Il paese non è mai stato invaso militarmente da nessuna fanteria o cavalleria di un qualsiasi esercito di un qualsiasi periodo storico.

2. Il paese è passato attraverso ottocento anni di dittatura militare, di cui quattrocento classificati come medioevo, in cui il capo dello stato era rappresentato dallo shogun (Generale) poi camuffato con l’ambiguo titolo di kampaku (Cancelliere).

Per le nazioni occidentali e soprattutto quelle europee, il cui passato è costellato di invasioni, guerre, occupazioni e continue revisioni dei confini territoriali, riuscire a capire quanto possa essere forte il concetto di identità nazionale per un giapponese è molto difficile. Ogni colonizzazione culturale che i giapponesi hanno attraversato è stato un processo attivamente iniziato dalla loro parte e mai subito passivamente: in duemila anni di storia i nipponici hanno raffinato l’arte di entrare in contatto con una cultura straniera, distinguere gli elementi efficienti e assimilabili da quelli nocivi, e personalizzarli per renderli congruenti alla loro.

E questo non perché esistono dei Patriots con gli occhi a mandorla che per secoli hanno deciso le sorti del paese, ma perché grazie alla continuità politica dello shogunato la loro aderenza ai principi confuciani non è mai venuta meno e i valori sociali non sono mai stati sostituiti con quelli religiosi (né buddisti, né cristiani) o politici di altre nazioni.

I principi confuciani più determinanti sono i seguenti:

1. Meritocrazia: i burocrati di un governo devono essere selezionati per la loro abilità non per la loro discendenza, e un re deve scegliere i successori indipendentemente dalla loro anzianità o dal grado di parentela.

2. Rituali: esercitare quotidianamente le pratiche sociali (la cosiddetta etichetta) che esaltino il fine ultimo della filosofia confuciana, che non è la salvezza dell’anima o dell’individuo (quindi nulla di escatologico) ma l’armonia sociale.

3. L’identità tra un reggente e il suo popolo: l’immagine di un governante rispecchia quella del popolo che lo elegge, quindi a un re corrotto corrisponderà un popolo corrotto e a un re eccellente corrisponderà un popolo eccellente. Le qualità semidivine che vengono attribuite alla figura imperiale e la frequenza con cui si dimettono i ministri dei governi giapponesi al primo segno di adulterio, mazzetta o incompetenza si rifanno a questo principio.

Il motivo per cui l’esercito scelse di perorare questa filosofia di vita (tra le tante che la Cina offriva) è da ritrovarsi nella disputa di potere tra i militari e le sette buddiste: la prospettiva di trovare l’armonia nella realtà quotidiana faceva passare in secondo piano la preoccupazione per la salvezza dell’anima nella vita dopo la morte, quindi pagare le tasse ai militari era molto più importante che offrire donazioni ai monaci. Questo non significa che nel medioevo il giapponese medio non dovesse tenere d’occhio il suo punteggio di karma achievements, ma la sua preoccupazione principale era anzitutto aderire alle regole imposte dalla classe dei samurai, per non finire con la testa tagliata.

Per ragioni non dissimili, la secolare continuità della cultura militare contribuì anche a un’interpretazione anti-elitaria dell’arte: la visione del mondo concreta e pragmatica dei samurai era molto vicina a quella dei contadini, che per quanto cadessero frequentemente vittima dei loro abusi di potere non potevano certo trovare punti di contatto con la cultura dei nobili e con il loro monumentale stile di vita. Per la casta dei samurai era quindi necessario diffondere i propri valori al maggior numero di persone possibili, per creare un ulteriore divario tra contadini, monaci e aristocratici: con l’avvento della stampa la produzione letteraria e la pittura vennero così trasformate in linguaggi massificati.

Questo è il motivo per cui oggi la distinzione tra arte ed entertainment in Giappone è molto labile: la continuità tra la pittura dell’800 e i manga, l’affinità tra le ombre cinesi e i primi anime, la proliferazione di pink eiga (film di genere che hanno scene di sesso particolarmente esplicite) sono tutti fenomeni che si ricollegano alla massificazione delle espressioni artistiche. A volerla sparare grossa – massì, dai – potremmo dire che i giapponesi hanno inventato la pop-art cinquecento anni prima di Andy Warhol.

L’idea di trovare prima la felicità terrena e poi quella ultraterrena funzionò anche perché la religione shintoista, il rito più popolare prima dell’avvento del buddismo, era sostanzialmente il culto della natura e delle sue manifestazioni (vedi Ookami): la visione concreta dei samurai ha assicurato non solo la sopravvivenza dello shintoismo sino ad oggi, ma ha anche determinato il fanatismo da Greenpeace che i giapponesi hanno nei confronti dell’ambiente – sempre che non si tratti di mangiare delfini e balene, slurp! – ed è uno dei motivi per cui i lavori di Miyazaki risuonino in modo talmente forte nella società nipponica.

Com’è allora che una cultura tanto naturalista e con i piedi per terra convive con la bulimia tecnologica (videogiochi compresi) tipica del mondo moderno? Appuntamento al prossimo numero.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

  • fattanz

    Voglio la terza parte, ORA!:-)

  • fattanz

    Voglio la terza parte, ORA!:-)