Show Business
Son stato l’altro giorno alla presentazione romana di Little Big Planet. Il gioco più importante del Natale di Sony nella capitale d’Italia. Invitata la stampa specializzata e pure tutta la stampa generalista che passava di lì. Forse si arrivava, imbucati compresi, a cinquanta carocce. Non era facile distinguere gli ospiti. Quelli grassi e brutti come me – quelli specializzati – il gioco lo avevano già a casa il giorno della presentazione e tutto per loro sembrava un po’ superfluo. Gli altri, quelli belli e allegri, se ne fottevano moderatamente della presentazione.
L’evento era stato organizzato in una sala adiacente ad una palestra, forse un invito sottinteso. Dopo un ritardo di circa mezz’ora, l’energumeno all’entrata si decide a farci entrare. Una decina di tizi vestiti in modo imbarazzante (tuta bianca e elmetto da lavoro giallo) ci accolgono con delle splendide sedie di cartone. Molto in linea con il gioco, molta paura di schiantarsi sotto il peso dei miei 100 amici. Altra mezz’oretta di aperitivi, di prosecco e di un tizio che gira per la sala ad appendere adesivi sui vestiti di tutti. Poi ne ha attaccato uno addosso a me, poi ha smesso di attaccarli, poi Pino Insegno ha dato il via alle danze. O meglio, lo avrebbe fatto volentieri se Sony non avesse preparato per l’occasione niente di meglio di un microfono wireless della chicco. Dei trenta minuti di chiacchiere ricordo poco considerando che una parola su due era instabile. Nell’ordine: Little Big Planet è bello, rulla e scopa un sacco; 60.000 livelli in 4 giorni e un altro personaggio – mi dicono famoso – che voleva associare il gioco a scopi politici di non so quale genere. Sembrano bugie, ma è quasi tutto vero. Per fortuna dura poco, nonostante l’ottimo Insegno che qualche battuta divertente ce la regala pure.
È in quel momento, quando potremmo andarcene tutti soltanto delusi, che accada l’irreparabile. I tizi di prima, quelli col caschetto giallo, cominciano un balletto non sense per la sala. Uno di loro, una ragazza, con una luce verde finge di essere un puntatore di LBP, gli altri costruiscono oggetti per la stanza. Che poi appendono cartoncini per il muro, e tutto l’ambaradam sembra un po’ forzato ed evitabile, ma ci tocca guardarli per quindici minuti buoni. Tutto molto in linea con il gioco, tutto molto imbarazzante. Poi qualcuno ha pietà di loro, accende la luce e ci permette di fare il cazzo che ci pare, magari evitando di calpestarli mentre continuano a ballare. E noi lo facciamo, perché siamo gente per bene. Si apre il buffet e una platea poco italiota si mette in fila ordinata per ricevere riso crudo e porzioni per nani da giardino di gelato. Ah, vero, si potrebbe pure giocare a LBP nelle varie postazioni, ma rimangono desolatamente deserte. Almeno finché un paio dei soliti tizi non ci obbliga, con i gesti – non potevano parlare, solo mugugnare, anche questo è ahimè vero – a provare il loro cazzo di gioco super fantastico. Lo facciamo, perché siamo gente per bene e perché non c’è molto di meglio da fare. Quando ci rompiamo le scatole, dieci minuti dopo, è già tempo di calare le tende. Vorrei andare da qualcuno a chiedere spiegazioni o a consolare uno qualsiasi dei poveretti in casco giallo, ma no, proprio non ce n’è bisogno.
È l’assurdo mondo dei videogiochi: incassi da capogiro sulle spalle e un modo di fare spettacolo adatto ad uno studente delle elementari, pure scemo se vogliamo. Sony, e dico Sony, non riesce a fare di meglio, per il suo gioco di punta, di una presentazione (in ritardo) per quattro gatti e una coppia di ciccioni. Andiamo, si può o no fare di meglio? Non servono le bilance per allargare il mercato, serve un po’ di cervello suvvia. Spendi due soldarelli in più, prendi un palco, due strappone, lascia libero l’entrata e raccogli qualcosa di meglio, ne sono più che sicuro. A Roma ci va un milione di persone a festeggiare uno scudetto, vuoi non raccattare mille persone per Pino Insegno? E un evento da mille persone è qualcosa che puoi raccontare in un giornale, di meno è roba per guardoni, per feticisti, per la stampa specializzata. È lo stesso motivo per il quale non sei mai riuscito a vendere l’E3, così convinto come sei che debbano essere conferenze per gli azionisti.
Venditi videogioco, venditi a tutti e il Wii non sarà più una sorpresa per te. Perché se c’è qualcosa che Nintendo ha capito meglio degli altri, in questa generazione, è che vende più Panariello che un gioco fatto bene.




















