E’ finito il tempo di divertirsi

2 nov 2008 di

Ars Ludica

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Riflettevo tempo fa sul concetto di divertimento e su come andrebbe sradicato da qualsiasi critica videoludica che si rispetti. Il bello è che sviscerandolo ci si accorge che è un concetto molto profondo, ma totalmente fine a sé stesso se si vuole fare un discorso critico più ragionato. La questione può sembrare assurda e mi si chiederà: com’è possibile slegare i videogiochi dal concetto di divertimento? Il problema è che il divertimento, inteso in senso generale, è un fattore totalmente soggettivo e nebuloso. Inoltre è profondamente ipocrita affermare che un videogioco è divertente o meno, fondando parte del giudizio su questa affermazione. Affermo di più: in un mondo utopico, il divertimento sarebbe completamente slegato dal giudizio. Ma è meglio fare qualche esempio per non complicarsi troppo la vita – il limite dei caratteri incombe.

Prendiamo un bambino (figura generalmente senza gli strumenti critici adatti a combattere contro certe derive), riempiamolo con le pubblicità di un film chiamato Kung Fu Panda, facciamolo andare al cinema dopo averlo martellato per mesi con una campagna marketing invasiva e avergli fatto comprare tutto il corredo scolastico a tema e, infine, mettiamolo davanti a un monitor dove gira il videogioco ispirato al film. Credete che si divertirà?

In verità, credo che il bambino di cui sopra si divertirà moltissimo davanti al videogioco di Kung Fu Panda e credo anche che il suo sarà un divertimento ‘vero’, pieno d’eccitazione e di gioia. Il fatto che sia indotto poco importa: si divertirà e su questo c’è poco da discutere. Se così non fosse, l’idea stessa di consumismo crollerebbe. Il consumismo crea desideri, ma quei desideri non sono fasulli, sono veri e diventano/fanno parte della persona. La coercizione a desiderare avviene prima, ma nel momento in cui il desiderio è nato e, quindi, presente, è vero e assolutamente sincero. È parte del corpo. Non per niente per tenerlo a bada bisogna combatterlo, ma combatterlo costa fatica e, visto l’orientamento della società, quella ‘fatica’ è pesantissima, perché continuamente stigmatizzata e vista come male. Quindi, ricapitolando: il bambino si mette davanti al suo videogioco e, soddisfacendo un desiderio indotto, arriva a divertirsi sinceramente.

Ora, il giocatore adulto, davanti allo stesso videogioco, lo troverà quasi sicuramente meno divertente – ovviamente ci sono casi e casi, ma prendiamo per buono questo per una questione di praticità. Vuoi per le tematiche, vuoi perché magari non ha seguito molto il battage creato intorno al film, vuoi perché odia i cartoni animati in generale, vuoi, insomma, per mille altri motivi, lo stesso videogioco lo divertirà sicuramente meno e, soprattutto, in modo differente – sempre ammesso che gli piacesse… ma qui il discorso si complicherebbe troppo. Ecco, la critica non può e non deve rispondere di quel ‘differente’ che è parte dell’individuo e, come tale, ineluttabilmente legato alla sua storia.

Il divertimento non è uno stato riducibile a parole perché indefinitamente determinabile, e la critica non può permettersi di impelagarsi sulla piacevolezza o meno di saltare da una piattaforma a un’altra, piuttosto che dello spostare centinaia di truppe contemporaneamente per fargli assaltare un castello. La critica è tale quando esprime un giudizio informato e quando crea discorsi intorno a qualcosa, non quando pretende di decidere cosa è divertente e cosa non lo è. In quest’ultimo caso non fa altro che esporsi a sterili polemiche e a mettere in bocca ai tuttologi dell’ultima ora l’ennesima ‘cagata pazzesca’ di fantozziana memoria: ovvero argomenti di facile presa sugli altri che squalificano tutta la categoria, essendo parzialmente veri, lì dove mirati – anche involontariamente – contro la pretesa di dire alle persone con cosa dovrebbero divertirsi.

Cerchiamo di capirci: non voglio ridurre il tutto a un fatto soggettivo, ammazzando ogni discussione; sto solo affermando che se ci sono persone che si divertono a farsi defecare addosso in una vasca da bagno… faranno anche schifo, ma non si gli si può negare che in quel frangente loro si divertano come dei bambini. Il punto è che se riduciamo il discorso critico a “è divertente” o “non è divertente”, non andiamo più in là di quello che fanno gli spettatori dell’Isola dei Famosi, ovvero ci poniamo in modo passivo davanti al medium e lasciamo che a dettarci l’agenda del pensiero sia soltanto una sensazione immediata, quasi un’impressione, di cui è difficile determinare la natura. Ecco, credo che il critico dovrebbe evitare di farsi ingannare dalle sensazioni, poiché dovrebbe essere cosciente della loro naturale tendenza a essere delle sincerissime bugiarde.

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