Fallout 3
Se un giorno il mondo verrà distrutto dalle bombe atomiche o dai reality in prima serata, sarà un mondo a specchio di quello costruito per Fallout 3. La gente per bene vive nei Vault, bunker a prezzi modici. La gente per bene muore nei Vault, bunker senza via d’uscita. La gente per bene, insomma, si chiude a guscio in un’esistenza rarefatta, pagliaccia, meschina. È così per il protagonista, prima che la realtà lo spedisca a calci in culo nel mondo reale, quello che ne resta quantomeno.
Dopo un ispirato tutorial che regala spettacolo e non insegna nulla, il giocatore è costretto a muovere i primi passi in un territorio più che desolato: morto. Il palcoscenico di Fallout 3 è fatto di interminabili silenzi, acqua inquinata e deserto, tanto deserto. A differenza di Oblivion, le subquest non ti saltano addosso come cavallette impazzite, ma se ne restano al loro posto, tranquille. Per trovarle occorre la pazienza. Nel vuoto desolante tra un paesello e un supermercato abbandonato, infatti, si nascondono più scherzetti che dolcetti.
Le prime cinque ore sono un manuale interminabile di schiaffi in faccia. I nemici sono troppo forti, troppo resistenti e stuccano il protagonista con l’abilità millenaria di un muratore valdostano. Una lezione di vita che non si dimentica, nemmeno dopo trenta ore di gioco e con la difficoltà che si fa più mansueta. Se togli l’auto equilibrio di Oblivion, infatti, ti ritrovi con Wario al primo livello e una tartaruga a due passi del finale. Più realistico, non c’è dubbio, ma il bilanciamento ha reso grande il videogioco, la sua assenza non deve essere per forza motivo di festa.
Fatta la pace con la pessima interfaccia e un Pip-Boy 3000 più grande del necessario, Fallout 3 comincia a funzionare veramente. Assimilati i meccanismi, il passo si fa svelto e la morte diventa solo una giusta punizione per gli errori. Ma è quando tutto viaggia a regime, che il gioco si piega a novanta davanti alle critiche. È come giocare a Dungeon e Dragons: a volte non basta vestirsi da gnomi per entrare nella magia. Qualcuno riuscirà ad incastrarsi nella trama, è innegabile, ma qualcuno ama anche gli ornamenti in lattice. Bravi a loro, per carità, ma non possono far testo.
I 300 personaggi della ricostruzione post-atomica, recitano con la verve di marionette impalate. Se la voce in italiano fa spesso il suo dovere, è l’animazione standard a mortificare l’esperienza. Se non riesci a chiudere gli occhi su tutto quello che gira al rovescio, ti ritrovi fuori dalla fiera rinascimentale. E dall’esterno tutto è follia, errore, quasi bug. A partire dai dialoghi soporiferi, dai comportamenti instabili di alcuni comprimari fino alla freddezza con la quale si superano momenti di feroce drammaticità. Se non hai gli occhi di bambino e non sei un nano, insomma, nel mondo fantasy di Fallout ci sguazzi fuori dall’acqua.
E pure il sistema di combattimento, fratello gore di quello visto nel predecessore fantasy, è un concentrato di compromessi e banalità. L’FPS che è in lui non funziona, è rotto, guasto, inutile. Pure dopo aver appreso l’abilità del ‘più meglio killer del quartiere’, sparare è un’azione da evitare. Meglio il giochetto rallentato, più funzionale ed efficiente. Peggio il corpo a corpo, tra il comico e l’avvilente. Nel complesso, dopo dieci ore sulle spalle, non si comporta nemmeno troppo male, ma sull’altare del godimento si saranno già sacrificati parecchi santi.
Fallout 3 prende un’atmosfera incredibile, la infila in una mappa enorme e altrettanto esaltante e la riempie con un gioco che puzza di Oblivion a chilometri di distanza. E Oblivion è vecchio, andato, superato. Il circo moderno è tanto bello, ma se non infili la testa nella bocca del leone ti devi arrangiare con troppe ore di pagliacci e trapezisti. [7]
piattaforma: 360, pc, ps3
sviluppatore: bethesda softworks
produttore: bethesda softworks
versione: pal
provenienza: usa




















