Io, Giappone – 1
Qualche mese fa è stato portato alla mia attenzione un articolo di Koji Aizawa su EDGE, dove veniva segnalata la crescente penetrazione dei giochi occidentali nel mercato giapponese, un segno che con il tempo i gusti dei nippocosi stanno mutando. Non essendo abituato a leggere la rivista e in particolare la colonna di Aizawa, mi è impossibile stabilire se l’esimio abbia sparato questa fesseria in buona fede, ma vi assicuro che tutto ciò è assolutamente falso. Non solo: l’immondizia occidentale non penetrerà mai il mercato giapponese, e oggi vi spiegherò perché.
Come già fatto qualche numero addietro ricorrerò nuovamente alle parole del profeta: Umberto Eco. Quanto riportato qui sotto segue di poche righe la teoria dell’intreccio stipulata da Aristotele, che è stata citata nel precedente Arte Definitiva (vedi Babel 007): “Aristotele sapeva bene che il parametro dell’accettabilità o inaccettabilità di un intreccio non risiede nell’intreccio stesso, ma nel sistema di opinioni che regolano la vita sociale. L’intreccio deve dunque essere, per risultare accettabile, verosimile, e il verosimile altro non è che l’aderenza ad un sistema di aspettative condiviso abitualmente dall’udienza”.
L’impenetrabilità del mercato nipponico non è dovuta alla qualità dei prodotti americani ed europei, ma all’intrinseca stonatura della visione del mondo dell’Occidente con quella del Giappone. Capite bene che, se già un giovanotto occidentale si ritrova malvolentieri a giocare con protagonisti che somigliano a 50cent o The Undertaker – perché i produttori di videogiochi sono fermamente convinti che chiunque tra i 15 e i 20 anni voglia identificarsi con un rapper o un wrestler – un giapponese non deve sentirsi particolarmente entusiasta di vestire i panni di due cerebrolesi le cui attitudini vanno contro tutto ciò che nella società del Sol Levante è considerato sacro.
Il che ci porta a un altro punto nodale della questione: cosa è ‘sacro’ in Giappone. Sicuramente tutti avrete sentito l’espressione “I giapponesi nascono shintoisti, si sposano cristiani, muoiono buddisti”. La diffusione di questa sarcastica massima ha portato un mucchio di gente a pensare che l’identità sociale di un giapponese sia indissolubilmente legata a quella spirituale, come se i giapponesi fossero degli inguaribili superstiziosi che ci tengono a tenersi aperte tutte le porte di tutti i possibili paradisi. Ciò è clamorosamente falso: è una concezione erronea fondata su un retroterra culturale di stampo occidentale, dove i valori morali della società sono considerati delle emanazioni di quelli religiosi e non sono due entità distinte.
Ora, prima che questo articolo venga scambiato per un’apologia del comunismo – e qui mi gratto le palle – ci tengo a precisare che non ho nulla contro i valori delle religioni più diffuse, ma sto semplicemente additando l’incapacità della classe politica europea e americana di tenere le redini dei rispettivi paesi, senza evitare di farsi dare una mano dalle più potenti istituzioni ecclesiastiche. È anche vero che ultimamente ho giocato troppo a Bioshock…
In Cina, in Vietnam, in Corea e in Giappone, ciò non è successo perché questi paesi sono stati profondamente influenzati dalla dottrina confuciana, che ha fatto da matrice dei valori sociali per duemila anni. In questi paesi il potere ecclesiastico non è mai stato considerato un alleato in modo permanente. Quando la Cina non vuole riconoscere il Tibet come stato sovrano lo fa per un ottimo motivo, non tanto dal punto di vista umano, quanto da quello politico: il Dalai Lama non è solo il capo della chiesa buddista tibetana, ma è anche il re del Tibet. Nessun politico sano di mente accetterebbe l’idea di uno stato nello stato, in grado di minare la sicurezza e la stabilità del paese in qualsiasi momento, a meno che non si tratti di un politico italiano e lo stato sia quello del Vaticano.
Di conseguenza, nei paesi estremo orientali nessuno alza un dito se a un ricercatore coreano viene in mente di clonare una pecora o un essere umano: gli scienziati, gli organi statali, e persino i privati, non devono rendere conto delle loro intraprendenti iniziative a qualche tedesco vestito di bianco. Che questo sia un bene o un male è da dibattersi altrove, l’importante è che ormai sia chiaro quanto siano divaricate le concezioni del mondo di un americano o un europeo da quella di un orientale in fatto di valori sociali.
Nel caso del Giappone, oltre alla matrice confuciana, c’è da considerare l’incidenza dei quattrocento anni di dittatura militare, che hanno comportato l’isolamento politico ed economico dell’arcipelago fino al 19° secolo e che hanno consolidato i rituali, i valori morali e il gusto estetico della classe dei samurai, al punto di trasformarli in una vera e propria tradizione di usi e costumi abbracciata da tutte le altre classi.
Pertanto più che chiedersi cosa sia sacro in Giappone, occorre chiedersi cosa sia profano. Questo, però, è un argomento che affronteremo la prossima volta.




















