Spore

2 ott 2008 di

Tool creator con animaletti

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“E il settimo giorno Dio giocò a Spore, perché non c’erano le partite che la nazionale aveva giocato il sabato, e pensò non fosse così tanto innovativo.”

Se avessi avuto tre testicoli fumanti, al posto dei miei onorevoli due, Spore mi sarebbe probabilmente piaciuto. Perché uno di quelli buoni è esploso a metà della terza fase, con il gioco ancora lontano dal decollo e la noia a mordermi la voglia di vedere un domani. Eppure inizia bene Spore, con una fase cellula che inorgoglisce le schede video e ben tratteggia lo spirito combattivo di una nuova forma di vita. Che si sia scelta la via della carne o quella delle verdure, la sopravvivenza è un diritto che si guadagna con i denti. Velocità, fortuna e destrezza sono gli ingredienti necessari per progredire a essere con gambe. Velocità, fortuna e destrezza servono a ben poco, a dirla con franchezza, in una fase che prevede la morte con respawn. Si passeggia nella brodaglia primordiale, quindi, con due regole due nella testa e un pensiero fisso nelle cellule: “da grande voglio fare il pompiere o Flavia Vento?”.

Poi le regole si fanno tre, poi quattro, poi cinque, lo Spore primordiale si trasforma in qualcosa di via via più complesso attraverso cinque fasi distinte che raggiungono l’iperspazio. Cinque fasi, appunto, che viaggiano mano nella mano con altrettanti tutorial sconclusionati e poco efficaci. Tutto quello che si impara in Spore lo si impara sul campo, provando, giocando e infine morendo. E funziona, perché spesso tutto quello che c’è da imparare nel titolo Maxis è poca roba. Due cosette, forse tre, da ripetere all’infinito fino al raggiungimento della fase successiva. Qualche volta, quando va bene, le operazioni sono divertenti. Altre volte, quasi sempre, quello che il gioco richiede è di torturarsi nella depressione di meccaniche rigide e poco appaganti.

Spore è come l’arte impressionista: son quadri belli, se non li guardi uno dietro l’altro o troppo da vicino. Le piccole cose sembrano funzionare a perfezione finché non ci si ritrova impantanati in una routine priva di soddisfazioni. Ma intanto tutto si muove, tutto si supera, e una fase diventa quella successiva prima ancora di averne afferrato il regolamento. Ingarbugliato in spiegazioni che non chiariscono nulla, il giocatore supera le avversità con la forza della sperimentazione, ma raramente accarezza davvero il controllo della situazione. Perché quando ci si avvicina, dopo un tempo spesso troppo lungo, è già tempo di muovere le tende.

Ma se Spore trascura la sua natura più strettamente ludica, lo stesso non può certo dirsi del suo cuore di pandoro. Le masse vedove di The Sims troveranno una sfilza esagerata di tool a riempire la loro voglia di videogioco. Tool per creare la propria mostruosità; tool per costruire casette, per pitturare macchinine, per edificare fabbriche e discoteche; tool per tutti i gusti e tutte le necessità, non per me. Me che sono troppo uomo per innamorarmi di tanta futilità, me che ho ucciso troppo sgorbi per farmene amico qualcuno.

La collezione primavera-estate di questi strumenti di tortura legalizzati può però intrattenere più – e meglio – del gioco vero e proprio. Perché son fatti bene, sono vari e permettono una libertà sconosciuta al resto dell’esperienza. Certo, vogliamoci pure tutti bene, ma il videogioco corre su un altro pianeta. E infine stupisce l’assenza di una vera e propria modalità online. Aggiunta che non avrebbe reso giustizia alle promesse di Will e al clamore pubblicitario, ma che avrebbe permesso una componente sociale di ampio respiro.

Spore non innova un bel niente, dispiace ammetterlo con tanta sicurezza, e diverte solo se gustato a piccoli morsi. Spore è poco, troppo poco.

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