MGS4 non è un gioco per vecchi
“Mi sembra di scopare come un coniglio” – Dott. Vincenso Aversa
Per il suo concerto di addio, Hideo Kojima gioca di mestiere. Come un’abile rockstar, sa che se sei in tournee per promuovere il tuo ultimo, nuovo album, è probabile che nessuno sappia ancora le nuove canzoni. Così parte con uno spiazzante pezzo nuovo… perché sì, poi via con una lunga serie di pezzi storici, qualche assolo riprendi fiato, l’immancabile ballad sciogli cuori. Quando sul finire ti tocca per forza sorbirti il secondo pezzo nuovo della scaletta hai ancora il battito a mille, i capelli in bocca al vichingo di cui stai masticando i peli ascellari, e pogheresti anche sotto gli occhi della tua ignara moglie. Un addio di mestiere, appunto. Così vendi il peggior album della tua carriera. Così si vende Guns of the Patriots.
È solo durante una delle sue varie installazioni, durante una delle sue varie pause sigaretta, che Metal Gear Solid 4 riesce infine a farmi ridere. Un avviso a schermo mi ricorda che sto giocando da più di un’ora, forse sarebbe il caso di farmi una pausa. Fa ridere perché è una menzogna. Non stavo giocando da più di un’ora, stavo guardando filmati da più di un’ora. Ma di ridere avevo comunque bisogno, per non parlare di una pausa, perché qui ci stiamo prendendo un po’ troppo sul serio. La guerra è cambiata, ammette un vecchio Snake in vena di contraddire esperienze videoludiche ben più ludiche. Sarà, ma nonostante una voce ancora più sforzata che in Snake Eater, qui non è cambiato proprio nulla. Neanche tutta questa depressione, che prima o poi ci ricordiamo non averci mai davvero abbandonato, è solo che qui si ostinano a chiamarla psiche, anziché stamina.
Vuole il detto, non si può insegnare nuovi trucchi a un vecchio cane. Dimenticandosi che di codename fa invece serpente, Old Snake lo riprendo in mano esattamente come lo avevo lasciato a mezz’ora dall’ultimo colpo sparato in Snake Eater. Eppure qualcosa è cambiato, solo non nel gioco. Le stesse movenze legnose e impacciate mi fanno chiedere se alla fine, più che vecchio, questo nostro eroe non fosse nato stanco. Le solite truppe nemiche dai precari riflessi mi disturbano, anche se già so verranno rimpiazzate da qualcosa di meglio. Solo per scoprire, invece, che questo ‘meglio’ è più preoccupato a emulare coreografie prese in prestito dai cugini Power Rangers, che a cercare di farmi davvero la pelle. Pazienza, mi dico un filo meno convinto, nessuno si aspetta che un Metal Gear Solid sia impossibile da finire. Piuttosto, mi cullo nella certezza che questo mio stare al gioco verrà poi riscattato da una sequela di boss fight che Kojima si era sicuramente risparmiato fino ad oggi.
E qui l’incantesimo si spezza. Perché, nonostante l’età, ho tollerato che una trama di conflitti umani venisse interrotta da battute infantili su cacca e scoregge che neanche Pierino si sognerebbe. Da tette e culi che neanche la Fenech saprebbe far miglior omaggio al fan service. Ma loro no. Perché in questo suo addio Kojima aveva un The End da surclassare, o se lui si fosse rivelato impresa troppo ardua, almeno uno Psycho Mantis. Perché se non ce li doni tu simili momenti, Hideo, l’industria del videogioco non è mai stato un luogo tanto triste. L’incantesimo si spezza e mi ritrovo a pensare lineare, non laterale, con una pistola in mano che potrebbe essere un cannone per quanto poco cambi davvero. Sparagli adesso, sparagli ancora, che poi gli vedi il… neanche usare i tranquillizzanti potrà mai lavarmi l’onta di dosso. Più che volgare, un’offesa.
Non ci si rialza dopo un simile KO. Neanche quando un tuffo nel passato di Snake mi ruba le prime lacrime che sapevo già avrei dovuto risparmiare per i crediti. Ma nessuno finisce un concerto con una ballad. È così si entra nella parte finale abbandonando ogni speranza, soprattutto abbandonando il controller, e ne sono grato. Dopo aver gridato invano di volerla giocare io quella scena, grazie tante. Dopo aver fatto finta di non sapere che con tutte quelle razioni avrei potuto fare un Forrest Gump e correre fino alla fine del gioco. Dopo aver perdurato nonostante ci si ostinasse a settare l’azione all’aperto, laddove le meccaniche di gioco proprio non ne volevano sapere di seguirlo. Abbandono il controller e mi lascio investire da un mare di parole che ormai hanno perso qualsiasi valore, soffocate da altre scollature e tradite da una sceneggiatura che raggiunge livelli di tristezza che sanno far male. Abbandono il controller, preparo i fazzoletti e non so bene se è per gioia, disperazione o sollievo.
Qualcosa è cambiato, dicevo. Sono cresciuto. Erano nove anni che stavo ballando la stessa musica, e oggi si è solo alzato la manopola del volume a undici. Ma fosse anche cento, Guns of the Patriots è solo l’encore di un Hideo Kojima che non riesce a zittire il pubblico ancora in pogo per i fasti passati. Ma io, ormai lontano dalla bolgia sotto palco, scopro che finalmente lo sento benissimo. E sono troppo vecchio, come Snake, per queste cazzate.




















