Vina Pinata: Guai in Paradiso
Quando ho cominciato a zappare la terra, nel lontano e remoto 2006, ero un allevatore inesperto, ingenuo e pasticcione. Ricordo un giorno che una papera litigò con il castoro e furono scintille e fuoco e fiamme. Ricordo il primo albero di mele cresciuto male e il dispiacere di una pianta rinsecchita in giardino. Ricordo tutti gli errori commessi allora, errori figli di un tutorial confuso e della fretta di toccare subito tutta la carta che mi saltellava in giardino. Ricordo di aver sbagliato e di aver rimediato, ricordo un giardino devastato dalla guerra civile e una volpe da monta recintata per costringerla a far figli. Ricordo sessantasette ore di gioco totali, un pappagallo morto dal valore inestimabile e un fottuto leone nel mio grazioso giardino.
Viva Piñata 2, Anno del Signore 2008, è un seguito perfetto nel rispettare le meccaniche del suo predecessore, attento nel rifinire quanto poteva essere criticabile, furbo nell’addomesticare i vecchi tempi morti, una mezza merda se si è giocato il primo episodio. Datemi un Amen.
Più remake che seguito, Viva Piñata 2 costringe il giocatore a rivivere il suo passato come se non lo avesse visto con i propri occhi. Come Funny Games, il nuovo è troppo indistinguibile dal vecchio per trarne qualche giovamento. Le stesse piñate di un tempo si lasciano catturare senza sorprese e quelle nuove, parecchie a dire il vero, restano varianti di un universo più grande ma costretto nelle stesse regole. Le piante ricominciano a crescere e a morire come se due anni non fossero passati e i biglietti da sessanta euro non fossero due. Tutto è già visto, tutto è già fatto, tutto è già stato superato e vinto prima ancora di impugnare pala e annaffiatoio. E se manca il piacere della scoperta, se viene meno quel beffardo sorrisino compiaciuto per la scelta del giusto fertilizzante, Viva Piñata è meno di niente.
Eppure, di novità vere e proprie ce ne sarebbero pure, peccato che nessuna di queste valga davvero il prezzo di mezza candela. La modalità cooperativa aiuta a fraternizzare, regala nuove amicizie, aiuta nuovi amori, ma lascia il gioco a terra, senza l’ombra di un decollo. Le trappole e i due giardini inesplorati sono più un fastidio che non un allegro passatempo. Caricamenti, attese e ancora caricamenti, rendono la cattura di una piñata selvaggia una fatica non direttamente proporzionale al premio ricevuto. Novità gradevole e apprezzata, comunque, se paragonata alla ingombrante presenza di minigiochi sputati direttamente dal clamoroso insuccesso commerciale di Party Animals. La corsa di piñate è la sintesi perfetta tra un Mario Kart – senza i kart, i personaggi Nintendo, il divertimento, i bonus e i malus spassosi e le piste allegre – e una sinuosa linea retta. Robaccia capace di accontentare i collezionisti di achievements, ma incapace di sollazzare l’entusiasmo di chiunque altro. Datemi una pernacchia.
Qualcuno non si è giocato il primo Viva Piñata, lo so, me lo sento. Quel qualcuno dovrebbe correre in negozio e spendere tutti i suoi risparmi per questo ‘Guai in Paradiso’… se un mostro con tre teste e mille denti si fosse mangiato tutte le copie a pochi spicci del primo capitolo. Perché se non lo conosci, Viva Piñata – che sia il primo o sia il secondo – non dovresti evitarlo. Un gestionale divertente e colorato che richiede buona pianificazione e nervi saldi e che non ha problemi di concorrenza. Un gestionale quadrato e faraonico che premia la fantasia e punisce la disattenzione. Quel qualcuno si divertirà un sacco, beato lui. [6]
Console: 360
Sviluppatore: rare ltd.
Produttore: microsoft game studios
Versione: pal
Provenienza: uk/usa




















