Braid
Il nuovo che avanza, nel mondo dei videogiochi, avanza sempre da un’altra parte. Ecco allora che Braid, giochino privo di branchi di scimmie da hype sulle spalle, sfugge ai generi, alle definizioni e ai ricordi da giocatore smaliziato. Un’avventura che inizia dove il resto dei videogiochi finiscono, un’esperienza che stupisce prima ancora di divertire.
A guardarlo in fotografia, Braid somiglia a un platform andato a male. Stile da vendere, per carità, ma gli ambienti quasi sterili e la fauna piatta e immutabile non sono articoli di cui andare fieri. Eppure tutto ha un senso e nuova vita quando scopri di non averci mai giocato prima a Braid. Stordito dall’assenza di un tutorial chiarificatore, sei costretto a sprecare l’aiuto da casa già alla prima domanda. Perché ti guardi intorno e non capisci cosa fare, perché non trovi le monete da raccogliere, perché i nemici che uccidi prima o poi tornano in vita. E allora capisci che non è un platform Braid, e nemmeno gli somiglia.
A giocarlo faccia a faccia, Braid è una lotta contro il tempo. Ma niente corse forsennate, niente fugaci occhiate al cronometro, il tempo è l’avversario e va sconfitto con la furia di un cervello preparato. Ogni singolo pezzo di puzzle è una sfida all’umana intelligenza. La soluzione è sempre talmente vicina da restarsene invisibile per ore. È lì, in quella schermata e a pochi passi da te, ma non la vedi. Perché è nascosta bene, perché è geniale, perché non sai pensare in una lingua tanto diversa e perché è una stronza. Sì, perché è una stronza che ti scappa dalle mani almeno cento volte prima di farsi catturare. E poi, quando la incontri, ti fai un applauso, ti canti una canzone e procedi di un pezzo.
Dopo un mondo di livelli pensi di aver appreso tutto, ma neanche quello è vero. Un passo avanti c’è un altro mondo, tutto nuovo, con regole tutte sue che nessuno si prende la briga di spiegare. Ma è tutto nella scoperta il segreto di questo Braid, spogliato dei suoi segreti resta ben poco altro da raccontare ai nipoti. Un’avventura, un falso platform, un puzzle game atipico, qualunque cosa sia, Braid è buono finché caldo. Buono buono, però, tanto da valerne comunque la pena. Le poche ore di gioco potrebbero storcere il naso di chi ha pagato il salato biglietto, ma se il brodo non lo allunghi, ti mangi solo le verdure. Quello che c’è è reale, palpabile, niente aria fritta per accontentare le folle.
A leggerlo parola per parola, Braid è una meravigliosa storia d’amore che non si lascia capire. Potrebbe essere una buffonata da quattro soldi, non posso escluderlo, ma i messaggi sono lontani, imprecisi, inafferrabili. Così provi a ricomporre i frammenti di una narrazione confusa e non ti spieghi se è follia o solo perfezione. Colpa della scelta maniacale dei testi, dell’atmosfera surreale e di una tristezza di sottofondo che non si dichiara ma si rivela attimo dopo attimo. Narra la leggenda di velati riferimenti a mondi distrutti da pacifiche bombe atomiche. Se è vero, non son stato abbastanza bravo da leggere tra le righe. Per me Braid resta la commovente storia d’amore di un ometto simpatico, in un gioco esemplare, in un mondo tristemente e sfarzosamente colorato.
Dopo quindici anni di stereotipate missioni di salvataggio, con Braid ho riscoperto i videogiochi. Ho ritrovato quella sensazione di innaturale smarrimento e ho brindato alla rabbia da impotenza. Sono stato un uomo perso in un mondo che non conoscevo affatto. Voglio esserlo ancora. [9]
Console: 360
Sviluppatore: number none inc.
Produttore: number none inc.
Versione: pal
Provenienza: usa




















