Alone in the Dark
Due giochi mi hanno supplicato di non vederne la fine. L’altro era Perfect Dark Zero. Alone in The Dark 5 è come un pagliaccio del circo: non importa se ogni tanto riesce a farti ridere, resta comunque un imbecille vestito da cretino. Sparpagliate a casaccio lungo un’avventura corta e lineare, le buone idee si mostrano, solo di tanto in tanto, timide e timorose agli occhi del giocatore. Tutto il resto, come direbbe Pappalardo, è una frustata sul buon cuore di chi non ha voluto credere ai tre e mezzo e alle bocciature di mezzo mondo. Troppo poco per profumare di arbre magique alla mela verde (indubbiamente il mio preferito), un fallimento che sfiora spesso il disastro. Se c’è del buono, e c’è se si ha voglia di vederlo, è troppo sotto pelle per essere apprezzato del tutto.
Alone in the Dark 5 comincia male. I primi minuti sono un manifesto ai bug, alle imperfezioni e alle macabre scelte di game design dell’intero gioco. Il sistema di controllo, macchinoso e imperfetto, fa rimpiangere quel muletto con le gambe tanto criticato in Silent Hill. Peccato si abbia pure il coraggio di azzardare qualche fase platform. In prima persona invece la vita ti sorride, ma switchare continuamente tra le due visuali può castrare la pazienza umana. L’inventario a forma di giacca sarebbe una fucina interessante di buone possibilità, ma si è costretti a centellinare gli oggetti con la logica di un tartufo orientale. Sulla destra le bottiglie da alcolizzato, gli spray miracolosi e le luci; sulla sinistra gli oggetti piccoli e quelli necessari. I pochi slot a disposizione e l’impossibilità di appoggiare un coltello laddove è previsto un fustino del Dash, costringono a maratone continue di lascia e raccogli. Prendi il fazzoletto, lascia il nastro adesivo, riprendi il vino rosso, abbandona le bende, posa le batterie. A fine gioco, con qualche posto impegnato da oggetti non scartabili e qualche enigma a richiedere combinazioni complesse, è il suono soave delle bestemmie ad attivare i salvataggi automatici. A chiudere il cerchio, e siamo neanche alla terza missione, si mostrano le estenuanti sessioni in bat-mobile. New York che si sfascia strato su strato è scenograficamente interessante, ma realizzata in modo pessimo e insopportabile dal punto di vista ludico. L’ingovernabile auto si bulla di collisioni ignobili e truffaldine e il simpatico giochetto dell’accensione viene presto e inevitabilmente a noia. Gironzolare per Central Park, tra dossi, buche e spaccature, è un’esperienza rognosa e maledetta soprattutto quando si è costretti a percorrere lunghe distanze. Il peggio del peggio, l’unico buon motivo per spaventarsi in Alone in the Dark 5, è il rischio di ritrovarsi di nuovo in auto a sfiorare palazzi, a sfuggire pipistrelli palestrati o, più semplicemente, a schiantarsi in un burrone.
Passata l’orgia di eventi, pizza party ed esplosioni iniziali, il gioco stabilizza un ritmo meno frenetico ma pure meno vincolato alle decine di indicazioni su schermo. Pur mantenendo una linearità da stanze travestite, concede buona libertà d’azione e snocciola enigmi di discreta intelligenza. Libero da feroci obblighi di game design, il giocatore può inventare soluzioni sempre diverse e fantasiose. Si può bucare il serbatoio di un’auto, utilizzare la benzina per riempire una bottiglia, svuotarla a terra per preparare una trappola e poi darle fuoco per eliminare i propri nemici. Awesome, senza dubbio, ma sparare è sempre la soluzione più efficiente e pratica: tanto sbattimento è comunque inutile, quando non se ne ha reale necessità.
Il resto è routine: trama sopportabile, grafica altalenante, qualche sparatoria divertente e un menu informazioni comodo quanto un Materazzi ancorato alle caviglie.
Se non mi vesto da Spider Man per raggiungere con un cazzotto volante questi maledetti francesi, è perché questo gioco nasconde finezze niente male, celate nel grosso letamaio che rappresenta. La stessa fisica dei taxi rimbalzanti, per esempio, regala soddisfazioni capaci di rivaleggiare con quelle di Half Life 2, mentre un alleluia si alza in aria davanti alle prime porte sfondabili dei survival horror. Le combinazioni di oggetti dell’inventario sono una (vecchia) novità che tritura con largo margine la banalità degli accoppiamenti visti in Resident Evil e Silent Hill.
Ma l’incanto finisce, quando una texture piana e mal realizzata insegna a guarire le ferite dei giubbotti di jeans. Il cuore rallenta, il respiro si fa affannoso e una nausea da donna incinta obbliga alle lacrime le mie fiere ginocchia. Tanta pacchiana sufficienza non si era mai vista nei cavalli di Barbie, figuriamoci tra i miliardi di un capolavoro annunciato.
T’invidio lettore che arrivi, che puoi ancora scappare da cotanta inutilità. Perché questo Alone in the Dark può persino interessare qualcuno, ma davvero non aggiunge niente all’odierno mondo dei videogiochi. [5]
CONSOLE: 360
SVILUPPATORE: Eden Studios
PRODUTTORE: Atari
VERSIONE: Pal
PROVENIENZA: Francia




















