Di quanto sia difficile farsi specchio davanti alla propria regina
Non recensire mai un gioco su cui hai lavorato.
Se ci fossero delle tavole recanti i dieci comandamenti dei tester, uno di questi direbbe proprio così. Non sarebbe il più importante – è peggio desiderare il gioco d’altri – ma sarebbe comunque giusto. Non saltiamo subito a conclusioni malinformate, però: non è né una questione legale né etica. Ovvero, potrebbe anche, a seconda della ditta per cui si lavora e a seconda dei propri principi morali, ma ciò porterebbe ad analizzare aspetti facilmente intuibili e ne possiamo fare tranquillamente a meno. Sarebbe un comandamento giusto, dicevamo, per un motivo che trascende entrambe le suddette questioni. Un tester che a fine giornata restituisce per l’ultima volta il proprio disco, compiaciuto che tale disco sia già in produzione, pronto per essere spedito in tutto il mondo, non ha davvero impresso negli occhi il prodotto così com’è, appena finito di testare. Vede ancora il gioco come fosse la prima volta. Chiamatelo imprinting, se volete, solo al contrario. Qui si tratta di odio a prima vista, non di amore.
Difficile notare i cambiamenti in qualcosa che si ha sotto il naso tutti i santi giorni. È un po’ come un bambino che ti cresce in casa: tu lo guardi con gli occhi dell’amore e non ti sembra cambiato di un giorno. È sempre il tuo bimbo. Solo quando se ne va di casa, che lo vedi una volta al mese o più probabilmente all’anno, ti accorgi dei veri cambiamenti. I tester sono un po’ come dei genitori, ma di quelli a cui non è andata particolarmente bene. La loro prole nasce brutta, pure un po’ storpia: capita che manchino i livelli, l’audio, le texture, l’obbligatoria sezione stealth. Quando questo brutto anatroccolo, perché capita anche questo, diventa invece un cigno agli occhi del mondo esterno, per noi è sempre ugualmente brutto. Lo odi, meschinamente, e lo odi perché, che ne dica la stampa, non è perfetto come quell’altro, quello che ci attende nella console a casuccia. Piuttosto, non è come lo volevamo noi.
Un gioco non può fare nulla per compiacerti. Si può truccare quanto vuole, può affumicare il bagno di deodorante, ma un tester viene di serie con maschera antigas e visuale a raggi X integrata. Lo sa che appena prova a fare qualcosa fuori dagli schemi tutto il luccicante castello di carte verrà inesorabilmente giù con il più sordo dei botti. Lo sa perché è stato lui a farlo cadere la prima volta, e l’ematoma è sempre lì, sotto mezzo chilo di make-up. Mettere il dito nella piaga fa un po’ schifo, ma il tester è pagato proprio per questo, e ce lo infila dentro, fino a che l’ultima scorciatoia degli sviluppatori non è stata sgominata. Oppure fino a quando noi dei piani alti non gli diciamo che non è più il caso di infierire, o gli stessi sviluppatori non gli chiudono la porta in faccia con un bel “as designed”.
Questo mese su Babel trovate una mia recensione, Oddworld Stranger’s Wrath (a pagina XXX). Questa di per sé non dovrebbe essere una novità, non è la prima volta che lo faccio e spero neanche l’ultima. La novità sta nel fatto che io questo gioco non l’ho odiato affatto, e non l’ho neanche abbandonato dopo cinque minuti per i soliti, lampanti valori di produzione troppo bassi. Certo, non ci ho lavorato sopra, questo tende a migliorare le possibilità che un gioco faccia colpo sul sottoscritto, ma non è quasi mai una garanzia. “Tester una volta, tester per sempre” vuole una triste maledizione che mi sono inventato sul momento. Di triste c’è soprattutto il fatto che sia vera, perché quando vuoi solo rilassarti con un gioco testato della concorrenza, finisci per perdere tutto il tempo a controllare che i menu funzionino. Sei probabilmente l’unica specie di giocatore al mondo che gioisce nell’incappare in un bug. Eppure di questo gioco io me ne sono innamorato, un’opera di alta ripulitura ai miei annoiati occhi da tester. E ho apprezzato talmente tanto scorrazzare con Stranger, che quasi mi domando come sia stato possibile che qualcuno dietro le quinte possa aver odiato un gioco simile, anche nella sua forma più embrionale, neanche se l’avesse dovuto testare per… sei, dieci, dodici mesi? Ah.
“Specchio specchio delle mie brame…” chiedeva la regina cattiva, “chi è la più bella del reame?” concluderanno i più. “Specchio specchio delle mie brame…” chiedeva il producer cattivo, “no, Jade, meglio se non lo sai cosa pensa un tester di Assassin’s Creed…” ipotizzo io, che al secondo assassinio ero già uscito al desktop. Ma questa è un’altra storia. Se qualcuno all’ascolto lo avesse mai fatto – recensire un gioco su cui ha lavorato, intendo – si vergogni. Se dopo bambini, Biancaneve, Blind Guardian e altre metafore assortite, qualcuno non avesse capito che male ci sia, prima di gettare la spugna, si immagini una propria ex. Meglio se ti ha mollato lei e in malo modo. Ora si immagini di incontrarla per strada a sculettare come donna di mondo e che, per una chissà quale ragione autolesionista, ti chieda un’ultima volta: “Ti sembro ingrassata?”




















